100 anni fa nasceva Francesco Rosi, il maestro del cinema verità

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Quando un artista viene ricordato nelle ricorrenze più solenni, come i 100 anni dalla nascita, significa che siamo di fronte a una personalità capace di marcare il senso di un secolo. Così è per Francesco Rosi che riassume in sé alcuni dei tratti salienti della cultura del Novecento e la cui lezione travalica il confine del cinema, per farsi modello di rigore morale, impegno civile, forza espressiva. Che cosa ci dice la data del 15 novembre 1922, poco più di un mese dopo la Marcia su Roma, quando nel quartiere napoletano di Montecalvario il calabrese Sebastiano Rosi e la casalinga partenopea Amalia Carola salutano il loro primogenito, Francesco? Che quel giorno nasce il più tenace indagatore della realtà nell’Italia del ‘900, l’uomo che sapeva usare la macchina da presa e l’occhio del cinema per pedinare la verità. “Io sostengo, ed è il metodo che ho usato nei miei film – diceva – che bisogna creare una certa distanza dagli avvenimenti per poterli leggere meglio e anche per poter accogliere quante più nozioni possibili per avvicinarsi alla verità. E per questo il film richiede tempo”. A questo dogma Francesco Rosi dedica tutta la sua opera da regista, ma per capirne le radici e il valore – etico e civile – è necessario fare un passo indietro, ai suoi anni di formazione in quella Napoli che gli rimarrà sempre nel cuore. Cresce nel quartiere della borghesia colta, in riviera di Chiaia, sulla spiaggia di Posillipo conosce l’amico più caro, Raffaele la Capria, va a scuola al liceo Umberto Primo dove ha per compagni Giorgio Napolitano, Antonio Ghirelli, Francesco Compagna, Achille Millo, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Barendson e Rosellina Balbi: due uomini politici, due uomini di spettacolo, tre giornalisti, tutti con interessi ad ampio raggio e tutti destinati a lasciare un segno forte nella cultura nazionale. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza, Rosi mantiene forte il legame con tutti loro: frequentano il Circolo degli Illusi in via Crispi dove mettono in scena atti unici di Patroni Griffi, di Ghirelli e dello stesso Napolitano, vanno a teatro al Mercadante, pubblicano sui giornali locali. Dopo la chiamata alle armi e un periodo di latitanza allo scoccare dell’armistizio tra italiani e alleati, Rosi sale a Milano a guerra appena finita, chiamato da Ghirelli nella redazione di “Milano sera”, ma nel ’46 è a Roma per seguire Orazio Costa al teatro Quirino. Subito dopo fa le sue prime prove in teatro e al cinema, chiamato da Ettore Giannini. La sua gavetta a Cinecittà è esemplare: aiuto regista con il suo mentore Luchino Visconti che nel ’47 lo arruola su consiglio di Achille Millo per “La terra trema”. Sarà poi sui set di Antonioni, Monicelli, Emmer, Alessandrini, ma è ancora Visconti ad affiancarlo a Suso Cecchi d’Amico per la sceneggiatura di “Bellissima” (1951) per poi chiamarlo insieme a Franco Zeffirelli come aiuto-regista in “Senso”(1953). I tempi sono maturi per passare alla regia ed è proprio Visconti a incoraggiarlo per il fortunato esordio con “La sfida” che nel 1958 finisce in concorso alla Mostra di Venezia. Dopo una breve parentesi all’estero (“I magliari” con Alberto Sordi girato in Germania l’anno successivo), si scopre già maestro e fondatore di un genere (il film d’inchiesta) nel 1960. E’ l’anno di “Salvatore Giuliano”, premiato con l’Orso d’oro a Berlino, l’opera con cui fa esplodere tutte le contraddizioni e i depistaggi seguiti alla morte del bandito siciliano. “Cercare con un film la verità – dice Rosi, ed è già un manifesto del suo stile – non significa voler scoprire gli autori di un crimine, ciò spetta ai giudici e poliziotti, i quali lo fanno a volte a prezzo della vita e a loro va il nostro pensiero riconoscente. Cercare con un film la verità significa collegare origini e cause degli avvenimenti narrati con gli effetti che ne sono conseguenza”. La lista dei successi che seguono è più che nota e si caratterizza per il sodalizio con Gian Maria Volonté (quattro film insieme a partire dal censurato “Uomini contro”), per l’attenzione ai misteri italiani (“Le mani sulla città”, Leone d’oro a Venezia, “Il caso Mattei”, “Lucky Luciano”, “Cadaveri eccellenti”) e per la passione di grandi capolavori letterari firmati Sciascia, Carlo e Primo Levi, Garcia Marquez. Innamorato di Napoli, la ritroverà nelle pagine di Eduardo De Filippo a cui dedicherà le sue uniche regie teatrali della maturità a cominciare da “Napoli milionaria” nel 2003 e il nostalgico documentario “Diario napoletano”. Amava la musica (una sfolgorante “Carmen” sullo schermo e qualche regia lirica), amava la donna della sua vita (Giancarla Mandelli, sposata nel ’64 e tragicamente scomparsa nel 2010, cinque anni prima del marito), amava sua figlia Carolina, attrice di talento e regista del bel ritratto del padre “Citizen Rosi”; amava soprattutto il suo mestiere Francesco Rosi. Per Giuseppe Tornatore è stato un maestro ed un padre, per tanto cinema italiano un punto di riferimento e una guida. Forte, tarchiato, testardo, capace di gentilezze sottili e di piglio dittatoriale, è oggi una di quelle figure in cui l’Italia vorrebbe specchiarsi e che non ci sono più. Il giorno del suo funerale laico, il 12 gennaio 2015, alla Casa del Cinema di Roma, c’era il presidente Giorgio Napolitano, scortato dai corazzieri, e c’era Raffaele La Capria: gli amici di sempre.


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