‘A Bucha sono rimasti solo odio e paura’

Mag 7, 2022

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    “A Bucha non ci sono sopravvissuti. Sono rimasti solo odio e paura”. Inna Tomarszevska sospira e abbassa la testa, mentre parla all’ANSA nella sua pausa pranzo, seduta su una panchina nel sobborgo di Sofiivska Borshagivka, a ovest di Kiev. Psichiatra e docente di psicologia diagnostica, fa parte di un team di psicologi che il governo ucraino ha inviato nelle aree più ferocemente colpite dai russi lo scorso marzo. “Il primo giorno è stato uno shock anche per me”, confessa. Finora 850 vittime delle violenze avvenute nei dintorni di Kiev hanno chiamato il numero verde dedicato dalle autorità per chiedere un aiuto psicologico, secondo i dati forniti dalla commissaria per i diritti umani nel Parlamento di Kiev, Lyudmila Denisova. Inna ha preso in cura circa 30 di queste vittime, di cui dieci violentate dai soldati di Vladimir Putin. Anche bambini. “All’inizio non parlano, vogliono capire se si possono fidare di me. Piano piano cominciano a dire che stanno male. Alla fine chiedono aiuto, parlare per loro è importante”. Le ragazze, in particolare, devono superare un tabù: “Per un retaggio culturale, si vergognano. Non vogliono dirlo nemmeno ai genitori”.

    La dottoressa non fa nomi, ovviamente. Ma racconta di una ragazzina, di appena 16 anni, “molto timida, che adesso si sente in colpa. Si dice: ‘E’ colpa mia perché sono uscita di casa. E’ colpa mia se i russi mi hanno vista e mi hanno presa’”. “Era con delle amiche, i soldati le hanno portate in una casa per farle cucinare, le hanno usate come schiave e poi le hanno violentate. E’ stata torturata per giorni” da quei russi che “non agivano mai da soli, sempre in gruppo”. Alcune delle sue pazienti “potranno uscirne col tempo, altre no. Le future relazioni con gli uomini saranno difficili, ogni uomo ricorderà loro la violenza subita. Torneranno forse a una vita normale, ma saranno sempre squarciate da una ferita profonda”, oltre a quelle più fisiche e visibili di “calci del fucile in faccia e manette ai polsi”.

    Per i bambini il percorso è diverso. “Hanno prima bisogno di cure mediche, io parlo solo con i genitori. Devastati”, spiega ancora la dottoressa, giovane nonna di 52 anni che ha mandato figli e nipoti al sicuro. E poi ci sono gli adulti: “Un padre ha visto uccidere suo figlio. Tutti i giorni si chiede perché è stato il ragazzo a morire e non lui”. “Un uomo di 80 anni, cui era stato intimato di lasciare la casa, si è rifiutato di farlo perché la moglie non poteva muoversi. I russi lo hanno picchiato e se ne sono andati. ‘Sei fortunato che non ti uccido’, gli hanno detto”.

    Ma anche chi non ha vissuto l’inimmaginabile, dovrà affrontare disturbi da stress post traumatico. “Tutti hanno avuto paura, tutti hanno vissuto nei rifugi, sentito i bombardamenti. Quando vado a Bucha silenzio l’app dell’allarme anti-aereo perché li fa sobbalzare. Escono poco di casa, mai da soli, né troppo lontano. Hanno paura dei trattori perché fanno lo stesso fracasso dei tank. E’ stata ferita un’intera comunità”. Il lavoro di Inna è ascoltare gli altri. “Li aiuta”, spiega. Ma il dolore che assorbe le rimane incollato. “Quando torno a casa la sera, faccio lunghe docce per lavare via l’orrore”. Lei stessa, come altri colleghi, viene seguita da un team di esperti israeliani che aiuta gli psicologi a “gestire questi racconti”. “Da psichiatra cerco anche di mettermi nei panni del nemico, per capire come sia stato possibile. Ma non c’è niente da capire – conclude -, c’è solo il male”.


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