Addio a Dino Pedriali, fotografo di Pasolini

Nov 11, 2021

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    Pino Pedriali era giovane e bellissimo quando Pier Paolo Pasolini gli affidò l’incarico di documentare con le sue foto la realizzazione di Petrolio, forse l’opera più complessa e tormentata del grande intellettuale, il romanzo che non riuscì a finire e che rimase un po’ come il suo testamento. Così come “testamento del corpo” sono state definite quelle immagini in bianco e nero, più di cento, che il fotografo, morto oggi a Roma a 71 anni, scattò allora – era l’autunno del 1975- quasi preso per mano dallo scrittore e regista, condividendo con lui ogni istante dei suoi ultimi giorni, nella casa di Sabaudia come nel rifugio di Chia, con uno sforzo di documentazione che sembra indagarne anche il pensiero, la tristezza estrema di quegli scampoli di vita. Si erano conosciuti, racconterà poi Pedriali, frequentando lo stesso sottobosco delle spiagge e delle periferie romane, gli stessi ragazzi di vita. Ed è proprio dai nudi, dalle immagini dei ragazzini, dei tossici, degli sbandati che prende vita in quegli anni l’arte di Pedriali a cui si aggiungeranno i ritratti degli artisti e degli intellettuali, un racconto per immagini della cultura novecentesca che parte da Man Ray, suo maestro degli esordi, e passando da Pasolini arriva a Fellini, Moravia, Federico Zeri, Giacomo Manzù, De Chirico, Nurejev. Ritratti profondi e struggenti come i nudi ‘caravaggeschi’ di cui era maestro. “Come Caravaggio prendeva i suoi modelli dalla strada e li nobilitava nei suoi quadri, così anche Pedriali spoglia i suoi modelli proletari mostrandone la forza, l’orgoglio, la muta coscienza di sé”, scrisse di lui Pieter Weiermair nell’introduzione al volume che ne ripercorre la carriera (Nudi e ritratti- Fotografie 1974-2003). Un percorso importante nel quale Pasolini era rimasto un punto fermo, quasi un amore, come confesserà intervistato da Franca Leosini in una memorabile puntata di Storie Maledette. “Con Pasolini ho un debito, un debito eterno”, sottolineò in quella occasione, già stanco, la voce roca forse già per il tumore alla gola che alla fine lo ha ucciso. Perché quella sequenza incredibile di foto in bianco e nero – quasi un film – che lo scrittore non fece in tempo a vedere, è diventata storia, sono le immagini di lui che tutti abbiamo nella testa, raccontano l’uomo e l’artista come poco altro, anche nell’esibizione del corpo nudo che l’obiettivo di Pedriali sembra quasi accarezzare, scevro da qualunque volgarità a dispetto di quella atmosfera da intimità violata che sembrano suggerire le foto scattate dalla finestra del giardino. “Pasolini era stato abbandonato da tutti, la solitudine che ho visto in lui è terribile”, raccontava ricostruendo quei momenti, “le fotografie sono la mia lingua, ma è difficile quando hai di fronte un poeta, io di Pasolini mi sono innamorato, direi da subito. E sono stato trafitto dal dolore, perché è arrivato improvviso”. L’ultimo scatto è del 1 novembre 1975, Pasolini venne ucciso la notte del 2. Per Pedriali un trauma, ma anche un sentimento così forte che ancora oggi a tanti anni di distanza lo faceva commuovere. La vita del resto non è stata facile neppure con lui, a dispetto dei successi professionali, delle tante mostre ospitate dai musei e dalle gallerie più importanti, da Palazzo Reale di Genova a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dal Salone delle Feste di Parigi alla Kunsthalle di Basilea. L’ultima esposizione un anno fa, nel giugno 2020, organizzata a Roma dalla fondazione Alda Fendi con le sue foto a Pasolini. Poi la malattia, vissuta in solitudine per il Covid, mesi di ospedale e quindi di clinica, assistito dal figlio Tristano. La morte, raccontano gli amici, lo ha colto in totale povertà. Complice la malattia, ma anche una brutta depressione che lo aveva allontanato dal mondo dell’arte: “Viveva dei diritti raccolti dalla Siae, gli ultimi anni ospite da un amico in una stanza piccolissima, le sue foto sotto al letto”, racconta l’artista Alessandro Valeri, “è terribile che abbia dovuto vivere questo calvario da solo, senza un riconoscimento da parte delle istituzioni”. A minarne la salute, dicono si fosse aggiunta l’amarezza per una causa intentata da una nipote di Pasolini che chiedeva indietro proprio i negativi di quelle foto scattate nel 1975 allo scrittore. Tant’è Roma, annuncia nel pomeriggio l’assessore alla cultura Miguel Gotor, si farà carico dell’organizzazione e delle spese per i funerali. Anche il ministro della Cultura gli rende omaggio: “le sua sensibilità ha immortalato un’epoca”, scrive Franceschini. Eppure del suo lavoro, sottolineano ancora una volta gli amici, non esiste al momento neppure un vero e proprio archivio, anche di questo ci si dovrà occupare.


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