Afi, intrattenimento e musica dimenticate dai manifesti politici

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 “È stato un Ferragosto di fuoco non solo per le ormai note temperature fuori controllo, ma anche per una campagna elettorale che si è accesa su una lotta di proclami vecchi quanto l’età media del nostro Paese. Tra il ritorno dei tassapiattisti e la sempreverde chimera sullo Stretto di Messina, i partiti si dimenticano ancora una volta del più importante ponte per il futuro: quello tra il mercato e le imprese”. Lo dichiara Sergio Cerruti, presidente dell’AFI – Associazione Fonografici Italiani, vice presidente di Confindustria Cultura e presidente del Gruppo Media, Comunicazione e Spettacolo di Assolombarda.
    “L’ignoranza della nostra classe politica, intesa come mancanza di cultura e quindi di conoscenza, ne anticipa i problemi di cattiva gestione che da troppo tempo affliggono il Paese: l’industria dell’intrattenimento e della musica, dorsali del più ampio settore culturale, sono state dimenticate dai manifesti politici di tutti gli schieramenti. Di noi ci si ricorda solo quando bisogna realizzare le colonne sonore degli spot elettorali e dei video sui social media di una classe politica che è sempre più concentrata sulla forma che sul contenuto. Se è vero che non c’è momento elettorale che non sia stato accompagnato da una canzone – penso al ruolo storico di ‘Bella Ciao’ piuttosto che al contributo iconico delle sigle di Forza Italia – allora non si spiega il totale disinteresse per un settore ampiamente riconosciuto come fonte di indotto e di visibilità per il nostro Paese. Un atteggiamento che in Italia si ripete a tempi ricorrenti, come un disco incantato che ci è già costato la perdita di imprese di punta della moda o dell’automotive e che, se non interrotto, coinvolgerà anche il settore musicale”, commenta Cerruti.
    “Aver dato alla cultura un posto di minor importanza è stato il preludio allo stato di decadenza generale che viviamo.
    Parliamo di problemi ambientali, energetici ed economici così come di mancanza di welfare, di sanità e di educazione senza considerare che sono – tutti insieme – figli della deriva culturale del nostro Paese e di un immobilismo tipicamente italiano difronte all’opportunità di fare un passo verso il futuro”. Incalzano amareggiati da AFI: “Anche la musica, così come le nostre riserve di gas, merita un programma di investimenti e progettualità, garantendo di essere fonte inesauribile di energia per l’economia e l’identità culturale del nostro Paese. Purtroppo, in Italia queste occasioni vengono viste quando è troppo tardi. Così come oggi ci troviamo ad elemosinare fonti di energia da Paesi diversi dalla Russia, un domani ci troveremo a ricordarci del Patrimonio Musicale Italiano quando a suonarlo sarà un altro Paese”.
    “Vorrei poter dare la colpa solo alla politica – conclude Cerruti – ma devo fare un’azione di responsabilità e dire che anche il mio settore ci mette del suo. Basta guardare a quanto sta succedendo in SIAE – il governo-di-fatto della musica e dei suoi diritti – che, sulla scia di quanto sta accadendo a livello nazionale, ha convocato lo scorso 26 luglio delle inconsuete elezioni lampo per il 5 settembre. Una repentina modalità che non solo non ci permette di conoscere quantomeno i candidati alla guida dell’Ente, ma accende il sospetto che la scelta sia dovuta a un intervento tendenzioso del governo uscente, incaricato di ratificare la nomina di Presidente eletto, altrimenti non si spiega tutta questa fretta”. 
   


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