Al lavoro nei campi con il terrore degli ordigni – REPORTAGE

Mag 4, 2022

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    I fori dei proiettili sono appena un’ombra sui giganteschi silos lucenti della Myrtel, lo stabilimento che produce semi di mais e girasole a Myrcha, nelle campagne a 70 km a nordovest di Kiev. I russi sono arrivati il 13 marzo dalla foresta bruciata: “Se non avevano un buon punto di osservazione se lo creavano dando fuoco a tutto”, racconta all’ANSA Andrei Sobolev, responsabile della serra appena fuori dal recinto della fabbrica, che li ha visti arrivare e sparare a casaccio. “In quel momento eravamo sette. Hanno ucciso un trattorista, un altro è stato ferito. Poi hanno distrutto la mia macchina che era parcheggiata sotto l’ufficio andato in fiamme. Ma sono riuscito a scappare a piedi, altrimenti sarei morto anch’io”.
        I soldati di Mosca sono rimasti nella Myrtel una settimana.
        “Hanno ucciso le mucche, sparato al frigorifero della mensa per prendere del cibo senza accorgersi che era già aperto”, racconta ancora Andrei scuotendo la testa. “Quando sono andati via hanno rubato mezzi agricoli, materiale, computer, qualunque cosa trovassero”. Anche i semi di girasole, senza saper nemmeno cosa farne: “Hanno squarciato i sacchi e sparso il contenuto per strada. Così, solo per il gusto di farlo”.
        Ma dopo il ritiro dei russi dalla zona, a pochi chilometri da Borodyanka, a far paura adesso sono gli ordigni inesplosi disseminati nei 6.000 ettari di terreno dell’azienda. “Gli sminatori non hanno ancora controllato tutta l’area”, dice Sobolev mostrando i campi con un ampio gesto della mano. La semina è appena cominciata, in lieve ritardo rispetto al solito, e qualcuno – si dice in paese – su una mina ci ha già rimesso (almeno) il trattore.
        “L’anno scorso abbiamo prodotto 10.000 tonnellate di mais e 5.000 di semi di girasole. Per quest’anno non posso prevedere come andrà. Lavoreremo per produrre al massimo, ma la cosa più complicata adesso è proprio la semina: siamo senza mezzi, rubati o distrutti dai russi, senza carburante, senza fertilizzanti. E con i campi minati”, spiega al telefono il capo del management dell’azienda, Vladyslav Bodenko.
        La Myrtel esporta il 40% della sua produzione ma al momento i porti dell’Ucraina, “il granaio d’Europa”, sono chiusi a causa dell’invasione russa. Secondo le Nazioni Unite, 4,5 milioni di tonnellate di grano e mais sono bloccate nei porti sul mar Nero, scatenando un aumento record dei prezzi a livello globale.
        Un’emergenza mondiale che tocca anche l’Italia che, secondo la Coldiretti, importa il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais per l’alimentazione del bestiame.
        Ma Myrcha è soprattutto un piccolo borgo di campagna, di fattorie colorate, orti e alberi da frutta, galline, cani e gatti che si contendono gli stessi angoli assolati. Anche Ludmyla Verekh, contadina di 73 anni, non osa ancora preparare la sua terra per le “kartoplia”, le patate. A poche decine di metri da casa sua, a marzo, sono piovuti pezzi di Grad che hanno lasciato un cratere nel terreno e lo spavento nei suoi occhi. La donna teme altre brutte sorprese nascoste nell’erba alta: “Ho chiamato gli sminatori, ma non sono ancora venuti”, dice anche lei, facendosi il segno della croce alla maniera ortodossa. I resti del razzo però non ci sono più. “Se li è presi il mio vicino di casa – spiega -. Come souvenir”. E in effetti il suo vicino, Sasha, i pezzi di metallo contorti dall’impatto li conserva in giardino, tra l’aia e le arnie. “Per ricordare tutto”, conferma l’uomo che poche ore dopo dovrà trasferire al cimitero le spoglie del figlio ucciso dai russi e sepolto in una tomba provvisoria. “Negli anni ’80, quando c’era ancora l’Urss, sono stato come soldato a Mosca. Adesso Mosca è venuta fin qui, ad ammazzare mio figlio”. 
       


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