Anche la manovra dimentica le partite Iva

Nov 14, 2021

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    Non si tratta solo di evitare l’emorragia di partite Iva dopo le oltre 330mila Iva che si sono perse con la pandemia. Si tratta di iniziare a pianificare interventi che aiutino i lavoratori autonomi sia in sede di legge di Bilancio che, soprattutto, nella messa a terra del Pnrr. A leggere i 219 articoli della manovra per questa categoria c’è poco e niente perché le grandi decisioni sono state rinviate. E, d’altronde, non è un caso che Matteo Salvini sia «costretto» a celebrare la conferma della flat tax per gli autonomi al 15% fino a 65mila euro di ricavi e l’emendamento per estenderla alla soglia dei 100mila euro.

    Ma è una misura risolutiva? «Il taglio della terza aliquota Irpef al 38% sarebbe risolutivo, ma continua a essere rinviato perché manca il coraggio e mancano le risorse», spiega Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni. La flat tax, per quanto positiva, crea una disparità di trattamento all’interno di una stessa categoria e impedisce la crescita dimensionale degli studi professionali», prosegue.

    La sensazione che si coglie interpellando i professionisti (iscritti a un ordine e non) e piccoli imprenditori è l’abbandono in quanto le singole misure sono ripartite tra diversi provvedimenti che in Parlamento finiscono irrimediabilmente con l’impantanarsi. È il caso dell’equo compenso, approvato lo scorso mese alla Camera e ora in attesa del via libera al Senato. «Spero che la riforma sia approvata e che sia in linea con le esigenze delle varie categorie ordinistiche e non», dice Stella in attesa da anni che si definisca un tariffario minimo delle prestazioni. Ma la moria delle partite Iva è legata anche alla carenza di welfare. La legge di Bilancio 2021 ha cercato di mettere una pezza con l’Iscro, l’indennità per gli iscritti alla gestione separata Inps che sostiene chi ha perso oltre il 30% del fatturato o ha dovuto chiudere l’attività, ma non basta. «Ci vorrebbero aiuti precisi ma anche nel Pnrr le categorie sono state abbandonate, mentre per l’Iscro, che è in una fase sperimentale, l’Inps è stata precipitosa nel prevedere aliquote contributive con decorrenza immediata», evidenzia il presidente Confprofessioni. Insomma, gli autonomi sopravvissuti alla pandemia devono pagare oltre alle tasse anche il finanziamento dell’indennità. Inoltre, come accaduto per il reddito di cittadinanza, l’Inps non ha ancora attivato i corsi di formazione per aiutare i professionisti a reimmettersi sul mercato.

    È materia sulla quale si sta concentrando il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ma i contorni sono ancora indefiniti. Cioè, come al solito, il problema sono le risorse. «Occorrono misure per aiutare i professionisti nell’assistenza sanitaria e per finanziare le politiche attive», sottolinea Stella rimarcando che «l’intervento dovrebbe essere a carico della fiscalità generale». E la soluzione ci sarebbe pure: eliminare la doppia tassazione sugli investimenti delle casse previdenziali (una prima volta nella fase della maturazione e una seconda nella fase dell’erogazione delle prestazioni; ndr).

    La scomparsa degli autonomi è la faccia nascosta dell’Italia del reddito di cittadinanza. Un Paese nel quale solo il 28% dei laureati vuole intraprendere un’attività di lavoro autonomo perché spaventato dal fisco e dallla burocrazia.


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