Anna Giurickovic Dato, impariamo a fermarci

ANNA GIURICKOVIC DATO, IL GRANDE ME (FAZI, PP 250, EURO 16). “Fermarsi e chiedersi “cosa sto trascurando? E’ fondamentale. Lo ho capito con la morte di mio padre ed è quello che ci ha insegnato il coronavirus”. Anna Giurickovic Dato, scrittrice di origini catanesi, racconta il dolore, la perdita, il rapporto con il padre malato di cancro, il desiderio di recuperare il tempo insieme, che non è mai abbastanza, nel suo nuovo romanzo ‘Il grande me’ (Fazi) con cui è al Festivaletteratura di Mantova.
    “C’è una dimensione autobiografica molto forte, ma non è un’autobiografia perché c’è anche molta fiction. Musicista, sessantottino, senatore che sognava di tornare indietro, alla musica, mio padre, Pietro Giurickovic, era un idealista mentre la politica richiede compromessi, diplomazia” racconta all’ANSA la scrittrice che è nata a Catania nel 1989 ma vive da sempre a Roma e ha lavorato a questo suo secondo romanzo, dopo l’esordio con ‘La figlia femmina’, in diverse fasi da quando il padre è stato colpito da tumore al pancreas ed è morto nel 2019.
    “Descrivo anche un fatto accaduto veramente quando nel ’93-94 mio padre, che era senatore di Alleanza democratica, disse no alle sirene di Silvio Berlusconi e andava fiero di questo. Per me lui è ‘il re è nudo’ . Per ogni figlia il padre è un po’ un re ma nel mio caso è nudo, puro, vero” dice la Giurickovic Dato.
    “Il padre rappresenta per ognuno di noi, uomini e donne, molte cose: non è soltanto il genitore, è la legge, la tradizione, ancora il capo famiglia perché non siamo usciti del tutto dalla società patriarcale. Prima del ’68 accadeva spesso che il padre rappresentasse la sicurezza, l’autorità. Oggi non è così. Nel romanzo il padre non è autoritario. E’ assente e prima dolce, affettuoso, molto ingenuo e poi è un uomo che perde lucidità e chiede di essere accudito dai figli. Lo spiega bene Massimo Recalcati, Telemaco si sostituisce a Edipo” sottolinea l’autrice che nel libro da voce alla storia forte di una giovane donna, Carla, che con i fratelli torna a Milano al capezzale del padre a cui restano pochi mesi di vita e si confronta con una grande perdita e un segreto.
    “A me piace l’idea che mio padre sia un Ulisse e io un Telemaco a cui è stata lasciata un’eredità che troviamo in queste parole: “‘Figlio mio non posso dirti quale sia per te il senso della vita, ma posso dirti che ha un senso’. Credo di aver ricevuto da mio padre l’educazione che avrei voluto, in parte autoritaria ma anche libertaria. Non mi ha mai detto ‘tu devi fare questo'” racconta la scrittrice.
    Quando ha scritto ‘Il grande me’ l’autrice non ha pensato alla funzione di questa storia di dolore e lutto, scritta nella sua durezza, con un linguaggio diretto che aveva già colpito ne ‘La figlia femmina’, venduto all’estero in cinque paesi.
    “E’ una storia dettata dal dolore. Le prime persone che la hanno letta mi hanno ringraziata perché le ho spinte a riflettere su come spesso siamo assenti o poco vicini alle persone che amiamo” spiega. “Il tempo, che è la risorsa economica a cui diamo meno valore in assoluto – viviamo in una società dove lavoriamo 24 ore su 24 – è invece importante. Ci ho riflettuto molto e ho cambiato l’ordine dei miei valori” dice la Giurickovic Dato prima dell’incontro a Palazzo San Sebastiano.
    (ANSA).
   


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