“Assoluzioni assurde” Da Travaglio a Ingroia gli ultimi giapponesi del giustizialismo

Set 25, 2021

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    Aspettano le motivazioni. Ma intanto sono loro ad anticiparle: una condanna senza appello dell’assoluzione. Gli orfani della trattativa si stracciano le vesti: la giustizia va benissimo quando conferma i loro teoremi, è da strattonare quando rovescia i loro pregiudizi. Marco Travaglio sul Fatto parla di una sentenza «da avanspettacolo» e gioca con le parole, trasformando il verdetto in un perfido scioglilingua: «Trattare con lo Stato è reato, trattare con la mafia non è reato». Insomma, la condanna del boss Bagarella, cui il direttore del Fatto quotidiano indirizza la sua ironica solidarietà, a questo punto è uno scandalo perché farebbe a pugni con l’assoluzione degli ufficiali dei carabinieri.

    Le sentenze, dunque, si rispettano solo quando sono uno specchio dei propri convincimenti. Naturalmente, il fatto che il verdetto fosse in qualche modo atteso perché preceduto da altre assoluzioni in processi collegati diventa un’aggravante. Se l’accusa ha fatto cilecca anche con Mannino e con Mori, è colpa dei giudici e della corte d’appello di Palermo che ha restituito l’onore ai militari forse perché avevano agito «a loro insaputa o sovrappensiero».

    Da Siracusa, dove presenta il suo libro Controcorrente, Matteo Renzi contrattacca: «Non si può dire che o ha ragione Marco Travaglio o siamo tutti collusi con la mafia», ma per i duri e puri le complicità sono ovunque, soprattutto ai piani alti dello Stato e tutto il resto è ipocrisia e menzogna.

    Le vedove della trattativa non ammettono che la procura, forse, si è allargata, andando a riscrivere un pezzo di storia italiana e perdendo così di vista i fatti e gli eventuali reati. Per carità, l’epica dei pm che scoperchiano la botola dei segreti e dei rapporti inconfessabili non può essere messa in discussione, perché negli anni ha generato una militanza ed è diventata un genere letterario. Una visione del mondo non può entrare in crisi per un verdetto che rompe quell’interpretazione a reti unificate.

    Antonio Ingroia, il pm che scandagliò quei presunti rapporti e oggi è avvocato, non si arrende: «Certamente lo Stato non esce assolto da questa vicenda. Sono un po’ curioso di leggere le motivazioni per capire come sia possibile che ne rispondano solo i mafiosi ma nessun colletto bianco». Come dire, scetticismo e gocce di veleno per una pronuncia che sarebbe degna di un equilibrista.

    Tutti vogliono leggere le motivazioni, ma nessuno ha la pazienza di aspettare e il verdetto viene tirato di qua e di là, nel tentativo di farlo combaciare con le teorie coltivate negli ultimi vent’anni. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho va a Skytg24 e riesce a leggere le assoluzioni come una conferma delle condanne di primo grado. I due verdetti si danno idealmente la mano: «Dal punto di vista dell’Antimafia, la sentenza determina esclusivamente un’indicazione sull’interpretazione, ma quel che l’Antimafia ha sviluppato è stata la ricostruzione di un percorso: i comportamenti posti in essere, i collegamenti che ci sono stati con i vertici mafiosi, tutto ciò che è riportato nella sentenza di primo grado poi verificato nella sentenza di secondo grado». Appunto, le assoluzioni sembrano non scalfire la narrazione di questi decenni: «Diciamo che la valutazione della sussistenza del reato ha riguardato l’aspetto psicologico di coloro che hanno operato». Dettagli, rispetto a un impianto che resterebbe in piedi.

    Il partito giustizialista è anche negazionista: un’assoluzione assoluzione è impossibile e gira e rigira la si presenta come una nuova condanna. Anche se chi si aggrappava al verdetto di primo grado precipita nel lutto. Salvatore Borsellino pronuncia parole terribili che naturalmente vanno rispettate: «Sono amareggiato, mio fratello Paolo è morto invano».

    I presunti esperti non smobilitano, restano acquattati nella giungla, pronti a cogliere le trame del nemico che ha solo vinto un round. «Le assoluzioni – ribatte Maurizio Gasparri – smentiscono quanti attribuivano ai carabinieri una resa alla mafia», ma molti continuano a vedere lo stesso film. «Esiste una verità giudiziaria – afferma il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra – poi esiste la verità dei fatti che si conquista scavando fino in fondo, anche nel torbido. Per verità e giustizia c’è ancora molto da lavorare». Un attimo di smarrimento, poi la lotta può ripartire.


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