Blonde, nel mito di Marilyn per renderle giustizia

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Cosa non sappiamo, cosa non è stato ancora detto, scritto, documentato di Marilyn Monroe? Eppure l’interesse resta vivo, persino pensando all’attualità, cosa avrebbe detto ad esempio della condizione femminile ad Hollywood scoperchiata dal #Metoo? “E’ la fantasia che ciascuno ha su di lei, ancora oggi ad accendere il mito”, per il regista Andrew Dominik quasi una ossessione. Ha cominciato le riprese di BLONDE, oggi in concorso a Venezia 79, un 4 agosto (2019), la data in cui fu trovata morta per overdose di barbiturici, ha girato nell’ultima casa di Marilyn, a Brentwood a West Los Angeles, persino nel suo letto dove è rimasto per 10 minuti dopo l’ultimo ciak, “immaginando la sensazione di profonda disperazione”. La cubana Ana De Armas ha sfidato se stessa e quell’icona, interpretandola con una somiglianza evocativa notevole, prendendosi una buona dose di rischio: “mi ha cambiato la vita, vada come vada”. E parla della “sua presenza sul set, sentivo il peso della responsabilità di interpretarla ma anche il rispetto, sentivo, di rendere giustizia a questa donna, mi sembrava di avere la sua approvazione, so che queste parole possono sembrare ‘mistiche’ ma era quello che io e gli altri abbiamo pensato, lei era li. Durante le riprese la sognavo persino e ho immaginato che fosse felice di come la stavamo trattando”.
    I 165 minuti del film raccontano Norma Jeane Baker, la figlia non voluta, finita in orfanotrofio e poi la donna fragile, traumatizzata, con il carico di tristezza per la madre finita in manicomio, il senso di abbandono, che chiama daddy, papà ogni uomo che incontra, la donna che deve chiedere l’approvazione, che non riesce a portare avanti le gravidanze, e poi c’è Marilyn Monroe, l’attrice, il mito, che fa impazzire il mondo. Tratto dal bestseller di Joyce Carol Oates (La Nave di Teseo), andrà su Netflix dal 28 settembre, prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, stasera sarà sul red carpet della Sala Grande, e vede nel cast tra gli altri Adrien Brody nel ruolo del secondo marito Arthur Miller e Julianne Nicholson, la madre single che finirà in manicomio. In America avrà anche una uscita in sala. E’ vietato ai 17 anni, “una censura che non merita, crea false aspettative per lo spettatore”. Qualcosa c’è, senza scene esplicite si vede Marilyn alle prime armi, violata ai provini, coinvolta in un triangolo di affini con due aspiranti attori, il figlio di Chaplin, Cass e Eddy G. Robinson, jr. ma è invece piuttosto hard la scena in cui Marilyn viene prelevata letteralmente dai bodyguard e portata, “carne in consegna”, al presidente John Kennedy che si fa trovare a letto e mentre parla al telefono, rifiutando i consigli dell’interlocutore sulla sua condotta sessuale che mette in imbarazzo l’America, incita l’attrice al sesso orale con immagini in primo piano sulla bocca in movimento di lei, fino al godimento finale. “Il film è finzione e tutto è visto dal punto di vista di quello che noi pensiamo lei abbia provato. Un affronto agli americani? Questo film non vuole essere – risponde all’ANSA il regista neozelandese – giusto o equo con qualcuno, vuole metterci in connessione con lei e i suoi sentimenti”.
    Dominik ha capito subito di aver trovato la protagonista in De Armas, vista in Knives Out – Cena con delitto: “Aveva la stessa luce e anche alcuni tratti comuni del viso”, poi la lunga preparazione “una immersione durata un anno – racconta l’attrice che è stata una conturbante agente della Cia nell’ultimo 007 – con il dialogh coach, l’approfondimento per avere sempre più consapevolezza della Monroe”. Nel film ci sono riprodotte fedelmente le foto immortali di Marilyn come il calendario quando era Norma Jean, quella in maglione con le trecce a piedi nudi sulla spiaggia, quella sul divano collo alto nero e pantaloni Capri bianchi, e poi scene di alcuni film tra cui A qualcuno piace caldo, Gli uomini preferiscono le bionde.
    L’immaginario evocato accanto alla vita sofferente, il mix scelto da Dominique. “Non è originale – ammette – quasi tutti i lavori su di lei, libri o film, sottintendono una fantasia: ‘io l’ho capita bene, io l’avrei salvata’ e Blonde non è diverso”.
    Persona e personaggio: “avevano bisogno una dell’altra – osserva De Armas – l’insieme forse è la verità”. In Blonde Dominik lascia da parte i complottismi di cui spesso si è parlato per Marilyn: “non credo all’omicidio, non era questo il mio focus, è morta per l’overdose accidentale di barbiturici, certo una forma vicina al suicidio”. Con l’autrice del romanzo, pochi contatti, con il produttore Brad Pitt invece tanti: “é il mio migliore amico, sono fortunato, è stato molto vicino al film, senza di lui non si sarebbe mai fatto”. (ANSA).
   


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