Bobo, il leghista-blues “mamma” del Carroccio

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Agli albori mitologici della Lega c’è Umberto Bossi ma c’è sempre anche Roberto Maroni, stroncato ieri da una lunga malattia a 67 anni. All’epoca, fine anni ’70, ancora studente di Legge, di sinistra, iscritto a Democrazia Proletaria, la sua traiettoria incrocia quello strano personaggio che parla di autonomia, ispirandosi all’Union Valdotaine di Bruno Salvadori. L’incontro, come tutti quelli che segnano la vita, è casuale: «Un mio amico mi disse che c’era un tipo interessante da conoscere. Mi trovai una sera nella sua casa di Capolago, frazione di Varese. Lui parlava di autonomie, federalismo. Io pensavo: Questo è matto. Sto perdendo tempo. Ma poi disse che voleva fondare una rivista. Mi proposi e nacque il sodalizio. Rivendicavamo l’autonomia per la regione dei laghi». Pochi mesi dopo, nell’aprile del 1980, la rivista nasce davvero, si chiama «Nord Ovest», edito dalla Società cooperativa editoriale del nord ovest, presieduta appunto dal venticinquenne Roberto Maroni. Insieme al mensile viene lanciato anche un movimento politico, l’Unolpa, Unione nord occidentale lombarda per l’autonomia, nel simbolo la manzoniana barca «Lucia» che naviga sul lago, e attorno la scritta autonomia dei laghi prealpini».

È la prima cellula della futura Lega nord, la creatura di Bossi ma anche di Maroni, che infatti ha sempre rivendicato questo ruolo genitoriale: «Se Bossi è il papà della Lega, io ne sono la mamma». Quando nasce ufficialmente la Lega Lombarda, nel 1982, a Maroni viene affidata l’organizzazione del movimento nella provincia di Varese, dove diventa poco dopo consigliere comunale, suo primo incarico nelle istituzioni. È l’epoca dei primi comizi, quasi clandestini, in uno racconterà Maroni erano presenti solo quattro persone di cui due erano agenti della Digos. Nel frattempo si è laureato, inizia a svolgere la pratica di avvocato, prima nell’ufficio legale del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, poi nella multinazionale statunitense Avon cosmetici. Ma la politica sta già diventando la sua prima attività e passione (insieme alla musica, soul e blues, e alla vela). Nasce la Lega Nord, Bossi è il segretario federale, Maroni Coordinatore della Segreteria politica federale, di fatto il numero due.

Se Bossi però approda a Roma, come senatore, già nel 1987, Maroni deve aspettare il 1992 per essere eletto deputato e quindi capogruppo. Ma la strada è già segnata. Due anni dopo diventa ministro dell’Interno e vicepremier nel primo governo Berlusconi. Di lì a poco emergono le differenze tra lui e Bossi che segneranno tutta la vicenda politica di Maroni e della Lega. Nel cosiddetto ribaltone del 1995 Bossi rompe con Berlusconi e toglie la fiducia all’esecutivo, Maroni si mette contro il partito e vota diversamente. Nasce uno scontro con Bossi che nei comizi lo massacra: «A Roberto per anni ho scaldato il latte tutte le mattine, ma è il nostro braccio debole e va amputato».

Poi però i due ricuciono, la Lega diventa secessionista e Maroni diventa portavoce del «Comitato provvisorio di liberazione della Padania», con un suo servizio d’ordine, le Camicie verdi. Da qui nasce un episodio leggendario, quello del blitz della polizia in via Bellerio, su ordine della procuratore di Verona Guido Papalia. Dirigenti e militanti leghisti si oppongono, tra loro c’è Roberto Maroni che dopo una colluttazione cade a terra (e addenta un polpaccio di un agente). Uscirà dal quartier generale in barella, da eroe-martire della resistenza leghista. Ma non sono questi i ruoli che più si addicono a Maroni, da sempre il volto più moderato e dialogante della Lega. Quando in centrodestra torna al governo, nel 2001, tocca di nuovo a lui per un ruolo di prestigio, stavolta è il ministero del Welfare, dove lega il suo nome ad una riforma per contenere la spesa pensionistica, il cosiddetto «scalone Maroni». Ma è con il Viminale, nel 2008, che Bobo raggiunge l’apice della sua carriera politica. L’esperienza da ministro dell’Interno coincide anche con la crisi della Lega di Bossi e la progressiva ascesa di Maroni come leader alternativo a Bossi, prima come fronda, poi – con le inchieste sulla famiglia del fondatore della Lega – con la successione al trono leghista, suggellata prima dalla famosa notte delle scope in cui Maroni fa fuori tutti i bossiani dell’ultima ora poi dal congresso. Il mestiere di segretario però non appassiona «Bobo». La sua Lega non sfonda, si attesta su percentuali non esaltanti. In mente, Maroni, ha un partito del Nord, più vicino al mondo produttivo, che si affranchi dalla Lega delle corna e delle ampolle. Nel frattempo, diventato governatore della Lombardia, lascia la guida della Lega a Salvini, che la trasforma e la porta di nuovo al governo. Una nuova Lega che convince del tutto Maroni, che non lo nasconde, nemmeno con le ultime interviste. Magari scettico sul nuovo corso, ma sempre «barbaro sognante».


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