Bonaccini tenta di dare una scossa ai dem ma intanto apre il congresso per la leadership

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«Non si corre per perdere bene, ma per vincere». Nel Pd la resa dei conti post-elezioni sembra essere già iniziata. E le parole del governatore emiliano Stefano Bonaccini a Repubblica vengono lette da tutti, nel partito, come un preannuncio della partita che si aprirà un attimo dopo i risultati elettorali. Bonaccini vede un Pd «un po’ smunto, depresso e scontento: come la convinciamo la gente, così?». Servono «proposte chiare e comprensibili», aggiunge, schierandosi ad esempio apertamente per quei rigassificatori che metà del suo partito osteggia. Se sconfitta sarà, nascondersi dietro le percentuali risulterà poco utile, sembra il messaggio: il cambio della guardia alla guida del Nazareno sarà comunque inevitabile. Entro il marzo del 2023, statuto alla mano, il congresso Pd va convocato. E Bonaccini viene dato in pole position per sostituire Enrico Letta alla guida del Pd, grazie al peso residuo dello storico serbatoio di voti emiliano e ad un certo abile trasversalismo che potrebbe tenere insieme sinistra e centro. Ma sarà davvero così? In realtà la situazione interna a quello che si prepara ad essere il maggior partito di opposizione è assai più confusa e incerta.

Letta, che fino a qualche settimana fa puntava al ruolo di «primo partito» come antidoto alla vittoria (data per scontata o quasi) del centrodestra, ora ha ridimensionato la linea di resistenza: sotto al 20% sarebbe débacle, sopra quella soglia ci si potrebbe difendere. Gli ultimi sondaggi indurrebbero a un cauto ottimismo: il Pd ha smesso di calare, al Nord la Lega è in picchiata, al Sud il M5s potrebbe far indebolire la presa della destra sui collegi uninominali. E alcuni dei maggiorenti tra i capicorrente Pd – da Dario Franceschini a Andrea Orlando – sono già pronti a blindare (almeno per un po’) gli attuali assetti pur di non subire una Opa considerata ostile come quella di Bonaccini.

Non a caso, il ministro del Lavoro uscente parte subito all’attacco del governatore emiliano, colpevole di difendere ad esempio la riforma renziana del Jobs Act che secondo Orlando ha «precarizzato il mercato del lavoro».

Il disegno dei capicorrente è chiaro: congelare per qualche mese Letta alla testa del Pd sconfitto, magari sperando che sia Giorgia Meloni a togliere le castagne dal fuoco: «Letta potrebbe essere il suo candidato bipartisan alla guida della Nato nel 2023», è il loro auspicio. Ma un dirigente dem obietta: «Perchè Meloni dovrebbe puntare su Letta quando ha Draghi, che a capo della Nato potrebbe essere lo scudo supremo per la politica estera del suo governo?». Per bloccare la corsa di Bonaccini occorre però trovare un’alternativa da contrapporgli. A sinistra, c’è il vice di Letta, Peppe Provenzano, convinto di potersela giocare, Ma il suo seguito è scarso. «Allora meglio una donna senza legami col passato come Elly Schlein», dicono in molti, ricordando che Letta stesso ha parlato di «una donna» come successore. Peccato però che la vice di Bonaccini in Emilia, oltre a proclamarsi «indipendente» dal Pd, sia anche il volto tv della campagna elettorale: difficile proporsi come alternativa a Letta, in caso di sconfitta. Una dirigente dem spiega il suo pessimismo: «Le abbiamo provate tutte: il piacione romano Veltroni, il golden boy Renzi, il dc di sinistra Letta. É andata sempre peggio: forse il problema vero è il Pd. Così non riusciamo a stare insieme».


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