Brunetta zittisce i fannulloni. Smart working senza futuro

Set 9, 2021

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    Lo aveva messo nel mirino sin dal suo insediamento alla guida della Pubblica amministrazione. E da settimane – green pass esteso o no – il ministro Renato Brunetta preme per superare definitivamente lo smart working e riportare al più presto i dipendenti pubblici in ufficio, riducendo progressivamente al 15% la quota di lavoro da casa che attualmente è al 37 per cento.

    Ma ieri in Aula durante il question time, il ministro ha affondato ulteriormente il colpo sull’efficacia del lavoro da remoto: «È un lavoro a domicilio all’italiana. Su Wikipedia in inglese si dice che è un lavoro self service, all’italiana, da casa. Pensare di proiettare questo tipo di organizzazione nel futuro mi sembra un abbaglio. È nata nell’emergenza, è stata costruita dall’oggi al domani spostando l’organizzazione del lavoro pubblico dalla presenza al remoto, a casa, senza contratto, senza obiettivi, senza tecnologia». Non solo, in questo anno e mezzo, dice Brunetta, la modalità «non ha garantito i servizi pubblici essenziali. Quelli li hanno garantiti i lavoratori della sanità, medici e infermieri, i lavoratori della sicurezza, carabinieri e poliziotti. I lavoratori in smart working non hanno affatto garantito questi servizi». Secondo gli ultimi dati, a settembre 2020 nei ministeri era in smart working il 71,1% del personale. Come già anticipato in un’intervista al Giornale, per Brunetta è stata una sperimentazione necessaria nei primi mesi della pandemia, ma ora, nella fase di ripresa è «il lavoro in presenza l’anima della rinascita».

    Se i pregi acquisiti resteranno, gli effetti dello smart working non sono stati all’altezza dei servizi ai cittadini: «Quello che gli analisti hanno evidenziato è che il lavoro da remoto ha funzionato durante il lockdown laddove era già regolato, strutturato, con una piattaforma digitale già esistente. Poi se è così fantastico il lavoro da remoto, perché cittadini e imprese sono tutti arrabbiati leggendo sugli uffici periferici degli enti pubblici e privati chiuso per smart working?». Ma sul rientro in ufficio c’è da superare il muro dei sindacati che puntano il dito contro decisioni «unilaterali» e chiedono che la materia venga lasciata alla contrattazione nell’ambito dei rinnovi contrattuali del settore pubblico.

    Intanto, però, l’affondo di Brunetta infiamma l’Aula. Il deputato dei Cinque Stelle Sebastiano Cubeddu accusa il ministro di «insultare i lavoratori del pubblico impiego», bocciando il lavoro e l’organizzazione produttiva che dovrà determinare il futuro di questo Paese. «Non si può promuovere la penna e il calamaio a fronte di una digitalizzazione e un rinnovamento della Pa», ha concluso Cubeddu. Replica ancora Brunetta: «Volevo precisare che ho dato io mandato di contrattualizzare lo smart working perché nessuno lo aveva fatto prima. Quindi quello che si è realizzato nei mesi del lockdown è stato realizzato senza regole contrattuali».

    Smorza i toni la presidente della Commissione Lavoro del Pd, Romina Mura: «Vogliamo costruire un quadro giuridico adeguato allo smart working, cioè lavoro svolto parte in presenza e parte in modalità agile con adeguati strumenti, per offrire una prestazione migliore e migliorare i servizi resi. In commissione lavoreremo affinché diventi una modalità strutturale di organizzazione del lavoro, tutt’altra cosa rispetto al lavoro da casa con cui milioni di dipendenti pubblici si sono dovuti misurare durante l’emergenza». Caustica Licia Ronzulli, vicecapogruppo di Fi al Senato: «Non meraviglia che chi vuole gli italiani su un divano con il reddito di cittadinanza invece di trovare loro un’occupazione dica no alla fine dello smart working come propone il ministro Brunetta. È l’emblema della differenza tra chi crede nel lavoro e chi lo considera un hobby».


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