“Calenda non ha forza di porre aut aut. Avanti col M5S”

Ott 9, 2021

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    “Il nuovo Ulivo è una formula buona per i giornali”. Nicola Oddati, membro della direzione nazionale del Pd e coordinatore delle Agorà democratiche, intercettato telefonicamente, spiega a ilGiornale.it che l’idea del segretario Letta è quella di costruire un “centrosinistra imperniato attorno al Pd e capace di rafforzare l’intesa e il dialogo con il M5S per costruire un’alleanza progressista”.

    Calenda e Renzi, però, hanno posto un vero e proprio aut-aut sui Cinquestelle…

    “Non credo abbiano la forza per imporre aut-aut, né l’uno né l’altro. Poi gli aut-aut sono sempre sbagliati. Io vengo da una cultura dialettica secondo la quale si procede per sintesi. Porre un aut-aut è sempre sbagliato”

    Ma contano di più i voti di Renzi e Calenda oppure quelli dei Cinquestelle?

    “Io, da matematico, ho imparato che nelle scienze sociali non è possibile fare un’operazione aritmetica. C’è un valore olistico dell’alleanza che va oltre la somma. Se facessimo solo la conta, dovremmo considerare che, stando ai sondaggi, ad oggi, contano di più ancora i Cinquestelle. Il vero tema è più sulle politiche da attuare perciò il problema non è tanto nostro quanto di Renzi e Calenda. Loro devono capire se c’è sintonia verso un progetto che noi stiamo costruendo oppure no. Noi, a priori, non escludiamo nessuno ma, nello stesso tempo, vogliamo una coalizione coesa”.

    Quindi il Pd non scaricherebbe il M5S per riprendersi Letta e Calenda?

    “No perché è stato fatto un lavoro per costruire questa alleanza e mi sembra che sia la scelta più giusto. È necessario rafforzare il rapporto con i 5 stelle e accompagnare il loro autonomo processo di collocazione definitiva nel campo progressista. Il risultato delle amministrative, poi, è molto positivo, ma non deve trarre in inganno. Servirà un campo largo per battere la destra sovranista. Chi si riconosce in questo percorso, bene. Chi si vede alternativo, si colloca automaticamente fuori. Renzi e Calenda facciano le loro valutazioni e poi decidano anche perché non mi pare che abbiano molte alternative se non quella di andare a destra”.

    A tal proposito, spesso tra i giallorossi si dice che Renzi e Calenda fanno il gioco del centrodestra. Lei cosa ne pensa?

    “Anche queste sono formule. Mi pare siano ancora molto legati ad una visione neoliberista e su molti temi il loro cosiddetto riformismo appare piuttosto ‘conservatore’. Penso al reddito di cittadinanza, alla transizione ecologica, alle politiche redistributive. Però sono anche alternativi ai sovranisti. Dunque c’è uno spazio. Dipende molto da loro”.

    Renzi e Calenda, poi, almeno da una gran parte del Pd, sono visti come dei “traditori”. Perché ora sarebbe giusto riaccoglierli?

    “Non si tratta di essere traditori. Hanno fatto scelte di rottura abbandonando il Pd e perseguendo altre strade. Tra l’altro non mi pare abbiano lavorato insieme alla strada della costruzione di una forza liberale potenzialmente alleata col centrosinistra. Il problema dunque non è se riaccoglierli o meno. Se si riconoscono nel progetto di costruzione di un programma di governo fondato su una crescita equilibrata, sulla creazione e sulla protezione del lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla riconversione ecologica, sull’innovazione digitale, bene. Mi pare che il discrimine non sia il passato, ma l’idea di Paese e di futuro”.

    L’idea originaria del ‘nuovo Pd’ era di Bettini e Zingaretti, i quali immaginavano le nuova coalizione potesse essere guidata da Giuseppe Conte. È ancora così?

    “Zingaretti ha un merito importante, decisivo. Quello di avere sconfitto l’idea balorda dell’auto isolamento che si nascondeva dietro la vocazione maggioritaria, e che ha portato alla drammatica sconfitta del 2018. Poi ne ha un altro: aver posto le condizioni di un rapporto di progressiva reciproca fiducia tra noi e i 5 stelle. Poi un altro ancora: aver invertito la tendenza alla sconfitta vincendo le elezioni regionali in Emilia, poi in Toscana, in Campania e in Puglia È grazie a questo lavoro che oggi possiamo ragionare di alleanze e sperare di vincere le prossime elezioni politiche”.

    Un centrosinistra troppo allargato è più simile all’Ulivo oppure all’Unione, ossia un’accozzaglia di partiti che si mettono insieme solo per vincere alle urne?

    “La nostra vera sfida sarà proprio quella di proporre un programma forte e condiviso, che nasce nel Paese e non tra i vertici. Le agorà democratiche rispondono a questo bisogno. Torniamo tra le persone, ascoltiamo le loro esigenze reali, occupiamoci della loro vita. L’alleanza, per vincere, deve nascere dal basso, dai territori. Non ripeteremo gli errori del passato”.


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