Calenda porta a sinistra le ministre (ex) forziste

Lug 30, 2022

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Suda e si sventola, Carlo Calenda («Stamo qui a cuocere»), ma è visibilmente soddisfatto del colpo messo a segno, quando si presenta davanti alla Stampa estera affiancato da Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, le due ministre di Forza Italia che hanno appena annunciato il loro addio al Cavaliere per entrare in Azione. Senza escludere (tra molti mal di pancia e tensioni dietro le quinte, racconta chi partecipa alle trattative di queste ore) una possibile «alleanza tecnica» con il Pd, causata dalla «camicia di forza», come la chiama Gelmini, della legge elettorale.

Per il leader di Azione è un netto punto a favore, che serve a rafforzare il suo ruolo chiave di «calamita» per i voti di quei moderati che non hanno in alcun modo digerito l’affondamento del governo di un personaggio autorevole come Mario Draghi: «Non sento un solo imprenditore, e ne sento tanti, che non sia allibito dalla scelta di far saltare un governo credibile come quello di Draghi», dice Carlo Calenda. E l’ingresso delle ministre, solennemente sancito dal loro ingresso nella segreteria di Azione, è una carta che può contribuire ad innalzare i margini di trattativa di Calenda con un Pd in affanno, che ieri annunciava come «importante novità» l’accordo per imbarcare i reduci di Leu (Speranza) e dei Socialisti, ma che non ha altre speranze per sfondare nel campo avverso e allargare quindi il perimetro elettorale.

Le parole più dure le usa Mara Carfagna, per spiegare «l’enormità» della scelta che «siamo stati costretti a fare» con l’addio al centrodestra: «Ho la certezza di trovarmi in un partito in cui nessuno si sogna di tramare con la Russia o la Cina contro il governo in carica, o di indicare come esempio l’Ungheria di Orban che evoca la difesa della razza». Un aspro «j’accuse» a chi (Forza Italia e Lega) ha colto al balzo l’occasione offerta dai Cinque Stelle per far saltare il governo e, dice Carfagna, «abbandonare il campo europeista e atlantista». A quel punto, racconta, il «bivio» era chiaro: «O sottomettersi ad una decisione che danneggiava il Paese, o tentare di lavorare alla costruzione di un punto di riferimento politico contro le avventure e i salti nel buio». Nel «solco» del governo Draghi, con il quale – rivendicano entrambe – «siamo fiere di aver lavorato proficuamente in questi mesi».

Certo, sia Carfagna che Gelmini non nascondono che la prospettiva di finire alleati del confuso minestrone di centrosinistra sia indigesta. Ma «il tempo delle ideologie», sottolinea Gelmini, è stato «archiviato dal metodo Draghi», che vedeva «un governo sostenuto da forze molto diverse, ma impegnate su obiettivi precisi» per restituire «credibilità» al paese. «E io non escludo – dice la ministra agli Affari regionali – che la caduta repentina del governo sia anche figlia della paura di una legge proporzionale: il sostegno in Parlamento stava maturando, e i leader avevano timore di non riuscire a contenere la spinta». Così si è preferito accelerare la corsa verso le urne, creando una sorta di coatto «bipolarismo tra chi sostiene Draghi e chi sostiene Meloni». Che giustifica anche la eventuale scelta di apparentarsi con il Pd. Calenda non scioglie ancora la riserva, ma la scelta di campo pare sempre più inevitabile: «Dobbiamo mettere l’Italia in sicurezza», dice. «Perché non c’è mai stata una situazione di pericolo così grande per il paese: una vittoria di questa destra sovranista e filo-Putin porterebbe l’Italia fuori dal consesso delle grandi nazioni europee».


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