Campagna acquisti dem: Carfagna-Gelmini vicine, ma Conte fa il prezioso

Lug 29, 2022

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Un brivido eccitato percorre le schiene di molti dirigenti Pd, ala sinistra, quando le agenzie battono un accorato appello di Giuseppe Conte a rilanciare il «dialogo» e tornare insieme per il bene dei «deboli», grandi e piccini. «È un segnale importante», sussurrano in Transatlantico.

Ovviamente si tratta di un’ipotesi insensata, Enrico Letta ha parlato di «rottura irreversibile» con gli «irresponsabili» che hanno acceso la miccia sotto il governo Draghi e il ministro della Difesa Guerini lo ribadisce seccamente: «Non possiamo essere alleati con chi ha la responsabilità della fine del governo». Lo stesso Conte è costretto a rimangiarsi le sue parole: «Non erano in alcun modo da intendersi come una riapertura all’alleanza». Ma la reazione speranzosa di un pezzo di Pd fa capire quanto, a pochi giorni dalla chiusura delle liste, il centrosinistra sia diviso sulla politica delle alleanze.

E le tensioni sono destinate ad aumentare con l’ingresso ufficiale degli ex ministri di Forza Italia (Carfagna, Gelmini, Brunetta) in Azione: se Carlo Calenda deciderà a favore della coalizione con il Pd, la sinistra minaccerà barricate contro gli ingombranti alleati. Al Nazareno si lavora alacremente sul puzzle di liste e la divisione dei collegi (a Leu ne andranno 3 sicuri per Speranza, Fornaro e Cecilia Guerra; un paio a Fratoianni-Bonelli; uno blindato – che già qualcuno nel Pd chiama il «Mugello Bis» – a Luigi Di Maio), ma la preda più ambita rimane Calenda. Non solo perché il cartello elettorale Azione-+Europa è accreditato di almeno il 6%, ma perché è l’unico in grado di «rubare» voti al fronte avversario, allargando il bacino asfittico del centrosinistra.

Eppure Calenda è anche l’interlocutore più bersagliato (insieme a Matteo Renzi) dall’interno del Pd, proprio mentre il Nazareno intensifica il suo corteggiamento. La sinistra non lo vuole: toglierebbe posti all’area rosso-verde, e imprimerebbe un profilo programmatico meno sbilanciato. «Datti una calmata», lo provoca il ministro del Lavoro uscente Orlando. Lui risponde sfidandoli: «Quello che dicono nel Pd son fatti loro. A me interessa sapere se vogliono i termovalorizzatori, i rigassificatori, il sostegno all’Ucraina, la revisione del reddito di cittadinanza. Il resto sono chiacchiere». Ma ha intenzione di alzare la posta fino all’ultimo giorno, prima di dire sì all’alleanza. Una parte dei suoi (soprattutto coloro che vengono da Fi) è contraria a finire nel calderone a guida dem. Matteo Renzi lo invita a dar vita insieme ad un polo liberal-democratico nel nome di Draghi, invece di infilarsi in una riedizione della «gioiosa macchina da guerra». Ma su di lui, raccontano da Azione, c’è anche un «fortissimo pressing che arriva dalle categorie, dagli imprenditori del Nord, ma anche da Bruxelles, per rafforzare un fronte repubblicano contro un centrodestra giudicato pericolosissimo per l’economia italiana». Calenda condivide l’allarme: «Non è un caso che il governo Draghi sia stato fatto cadere da tre forze filo-Putin come 5s, Lega e Fi. E questa destra filorussa e antieuropea ci trascinerebbe verso alleanze periferiche con Orban, con tutte le conseguenze economiche del caso». Al Nazareno si dicono ottimisti: «Alla fine dirà di sì». Anche contando su un fatto assai prosaico: «La Bonino, che potrebbe garantirgli il simbolo, sta con noi. Quindi per andare solo dovrebbe raccogliere le firme, e non c’è tempo. Per evitarlo, dovrebbe consegnarsi a Renzi, ma i due sono caratterialmente inconciliabili».


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