Carlo evoca il Venezuela “se vince la destra”. Poi semina zizzania: “Non parlo con Fratoianni”

Ago 4, 2022

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Una «shitstorm», dice Carlo Calenda. Una tempesta di m…. scatenata contro di lui, accusa con ispirazione salgariana, «la setta dei Thug di Italia viva».

Alle sette della sera, il leader di Azione va in diretta Facebook per rispondere a chi (renziani in testa) gli imputa di aver svenduto le ambizioni del «terzo polo» liberal-democratico all’accordo con il Pd, in cambio di un pacchetto di seggi nel prossimo Parlamento. Da quando l’accordo con Enrico Letta è stato sottoscritto, Calenda è stato investito da accese proteste, soprattutto di parte di chi sperava in un accordo tra lui e l’ex premier fondatore di Italia viva per andare insieme contro destra e sinistra. «Ma io non ho mai fatto politica a perdere», dice lui, nella diretta social organizzata ieri sera proprio per replicare alle accuse e respingere l’assedio dei delusi anche interni.

«Essere un leader – dice – significa prendersi il rischio di guidare il proprio partito in una direzione chiara». L’accordo con il Pd non è il «cedimento» di cui lo accusano, assicura: «È stato un negoziato durissimo e ho fatto accettare ai dem tutte le nostre condizioni principali». Le controaccuse a Renzi sono pesanti: «Con lui non si può lavorare seriamente, ci accusa di tradimento mentre tratta sui seggi col Pd». In ogni caso, «spero che sia in coalizione».

Certo, ammette, l’alleanza col Pd «per noi è stata una scelta molto sofferta è complicata», mentre sarebbe stato «più facile» puntare «sulla purezza assoluta» e andare da soli, come durante le elezioni comunali di Roma. Ma in quel modo, spiega si sarebbe «regalata una vittoria a tavolino» al centrodestra. Un centrodestra che il leader di Azione critica duramente, senza usare gli argomenti ideologici del Pd («Mamma li fascisti»), ma attaccando sull’inaffidabilità: «Giorgia Meloni non è assolutamente adatta per fare il premier. Non ha governato mai nulla, al massimo ha fatto il ministro senza portafoglio», sottolinea. «Non hanno mai gestito niente e questo è un problema grosso. Ma voi ve lo ricordate il loro candidato sindaco Michetti, quello delle bighe? Ma come si governa l’Italia così?». Quanto a Silvio Berlusconi, «è stato un grande imprenditore, è stato un combattente politico. Può piacere o non piacere, ma vederlo adesso che dice delle cose lunari (regaleremo pensioni e dentiere) fa un po’ impressione. Forse sarebbe il caso che qualcuno gli dicesse: ma anche meno». Il «pericolo» rappresentato dal centrodestra insomma «non è il fascismo, ma il caos. Ci portano al Venezuela». Qualche interlocutore gli fa notare che «gli amici del Venezuela» stanno anche tra gli alleati della sinistra, come i rossoverdi. Lui taglia corto: «Il mio interlocutore non è certo Fratoianni, è Letta». Quanto alla candidatura dell’odiato Di Maio «sono fatti del Pd, se lo vogliono nella loro lista. Anche se non ne vedo l’utilità». Alla guida dell’Italia, in ogni caso, deve restare l’attuale inquilino di Palazzo Chigi: «La mia speranza è che possa rimanere Draghi, ma credo che accomuni sia me che Letta. Noi siamo dei pazzi, in un momento storico così abbiamo mandato via e sfiduciato l’italiano più prestigioso».


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