• Centrodestra sotto attacco: così Letta cavalca le ingerenze straniere

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    Autunno 2011. Il cappio si strinse, definitivamente e irreversibilmente, il 12 novembre. In serata, dopo che la Camera aveva approvato la legge di Stabilità, il Cavaliere era salito al Colle e si era dimesso. Quattro giorni dopo Mario Monti giurò da presidente del Consiglio. Una rottura democratica, quella che portò alla fine del quarto governo Berlusconi, orchestrata da alcune cancellerie internazionali con l’aiuto del mondo della finanza (in primis le agenzie di rating) e dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. Da quel giorno, come ha sottolineato lo stesso Berlusconi recentemente, il Paese non ha conosciuto un “governo scelto dagli elettori”. Le legislature rosse, che si sono succedute negli ultimi undici anni, “hanno portato a una profonda anomalia del sistema” democratico italiano.

    Da sempre il nostro Paese è terra di ingerenze. Alcuni governi sono riusciti ad arginarle. E per questo hanno pagato. Altri le hanno assecondate. In questi giorni stiamo assistendo a una recrudescenza di queste scorribande. La più devastante, anche se del tutto inconsistente, è la bomba lanciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Un cablo riservato ha rivelato che dal 2014 a oggi la Russia ha versato nelle casse di partiti, politici, funzionari e think tank la bellezza di 300 milioni di dollari. Un fiume di soldi che avrebbe invaso tutti i continenti a tutte le latitudini. Ma non l’Italia. Eppure è bastato il sospetto per armare Repubblica, che con un’intervista all’ex ambasciatore Kurt Volker ha chiamato in causa Fratelli d’Italia, e soprattutto Letta che dall’inizio della campagna elettorale cavalca la pista russa. Lo ha fatto ad agosto chiamando in causa Salvini quando Medvedev aveva invitato gli europei a “punire i governi idioti” alle urne. Salvo poi tacere quando la Pravda si è scagliata contro la Meloni, perché “troppo atlantista”, accusandola di “aver scelto la strada del caos” e di “portare l’Italia in una crisi ancora più profonda”.

    Prestare il fianco a simili attacchi non è solo deleterio, è anche pericoloso. L’agenda di chi li sferra non coincide quasi mai con il benessere del nostro Paese. Oggi i principali governi europei (e non solo) guardano al voto del 25 settembre con interesse perché il nuovo governo inciderà su dossier cruciali come la guerra in Ucraina, la crisi economica o l’emergenza del gas. Non a caso oggi è arrivato l’avvertimento/ricatto del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. “L’Italia non ridiscuta il Recovery – ha detto alla Stampa – c’è il rischio di perdere i fondi”. Una settimana fa era già arrivata la velina di un alto funzionario europeo. “I Paesi della zona euro – questo il contenuto – si attendono che l’Italia proceda, dopo le prossime elezioni politiche, a ratificare la riforma del trattato del Mes, a prescindere da chi vincerà”. E ancora: ad agosto era stata la volta di Moody’s che, nonostante il sistema Italia sia in buona salute, ne aveva rivisto al ribasso le prospettive da “stabili” a “negative”.

    Le ingerenze non si fermano, ovviamente, al piano economico. Qualche giorno fa, in una intervista a Repubblica, il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, aveva detto di “trovare più facile lavorare con Letta” e di avere “paura dell’agenda sociale e morale della destra”. Anche le tempistiche del blitz del dipartimento di Stato americano sui fondi russi, per quanto non tocchi l’Italia, rivelano l’esigenza di pilotare le prossime elezioni. Nel tentativo (disperato) di recuperare nei sondaggi Letta continua a cavalcare la polemica sui fondi russi gettando fango sul centrodestra. È però interessante notare come siano stati proprio due “idoli” del progressismo mondiale, Hillary Clinton e Sanna Marin, a fornire una semplicissima ma fondamentale lezione di educazione civica. “La Meloni non va giudicata prima, ma su quello che sarà capace di fare al governo”, ha detto l’ex capo di Stato americano. “Gli italiani – ha, invece, commentato la premier finlandese – hanno il diritto di scegliere”. Tutto molto ovvio. Purtroppo non per la sinistra italiana.


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