C’eravamo tanto amati, finisce la favola. Ora che è cresciuto i suoi lo rinnegano

Giu 20, 2022

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    «Il problema, finora, è che la politica si è impegnata al massimo per impedire ai talenti di emergere e per mettergli tutti gli ostacoli possibili, immaginabili, dagli adempimenti fiscali e burocratici folli, alle tasse». Così disse Di Maio Luigi e forse si era portato avanti con il lavoro.

    Conoscendo il giro del fumo all’interno del movimento che fu, il ministro degli Affari esteri si sta rendendo conto che ai suoi compagni di avventura, e che avventura, il nuovo corso intrapreso dallo stesso Luigino non sta affatto bene. Lui si è rifatto la facciata, senza ricorrere al superbonus ma per Conte e il resto della comitiva ha perso la faccia, va messo da parte, va espulso, la vicenda è ufficiale in contrasto con la bozza di regolamento della polizia urbana di Napoli che «proibisce di stendere panni alle finestre, sui terrazzi e balconi prospicienti la pubblica via quando ciò provochi gocciolamento», più che un gocciolamento è una cascata, panni sporchi, sudici, esposti in ogni dove. Fine della belle époque del bibitaro napoletano che, in verità come ha spiegato a Maurizio Costanzo, mai vendette pop corn e affinità ma stava in tribuna autorità allo stadio San Paolo accogliendo i cosiddetti vip e portandoli al loro seggio, anzi alla loro poltrona, fine comunque del macchiettista di gaffes sesquipedali, di Pinochet dittatore del Venezuela, «dello psicologo Gallini» volendo riferirsi al sociologo Gallino, del politico dalla sintassi precaria e dal congiuntivo inseguito sui tornati della grammatica, del ministro di un dicastero che dovrebbe prevedere la conoscenza e la frequentazione delle lingue, fatta base quella nazionale.

    Di Maio non è più lui, praticamente è diventato Putin mentre i condòmini del Movimento stanno dalla parte della pace, tutti Zelensky. L’ex premier, nel senso di Conte Giuseppe, lo tratta come un passante: «dice stupidaggini, è nervoso per la storia del secondo mandato», siamo appunto alle beghe da caseggiato o casaleggiato come qualche anima cialtrona ha ironizzato. Di Maio Luigi stava bene quando duettava con e contro Salvini, era giusto con quella faccia sempre uguale, come l’abito, anonimo mai stazzonato, così il sorrisino stampato a prescindere dall’evento e dagli astanti.

    Si è montato la testa, la Farnesina gli sta facendo credere di essere un politico e non più un politicante, non si affaccia più al balcone come nel settembre del Diciotto, il suo partito, se non è un’ingiuria definirlo tale, è crollato a indici da albumina, va da sé che le preoccupazioni crescono e il Nostro non vuole partecipare al probabile funerale del de cuius.

    Si è messo a studiare, circondato da una squadra composta da figure esperte mica passeggeri della politica, ha capito che si può andare oltre i due mandati, inaudito per gente della sua appartenenza di partito, questo provoca irritazione, è diventato un corpo estraneo, un disturbatore, un fastidio, roba che non ha più nulla da spartire, verbo che sembrava scomparso tra i depositari del vaffa, con chi porta avanti linee chiare e trasparenti sull’atlantismo così caro, imprevedibilmente, al ministro degli esteri che è apertamente accusato di doppiogiochismo in un sistema dove tutti giocano mai abbandonando il tavolo.

    Gli Italian snipers dei Cinque Stelle lo hanno nel mirino, Conte lo stuzzica ancora: «lo statuto prevedeva un solo organo, il capo politico. Che ora faccia lezioni di democrazia interna a questa comunità fa sorridere».

    Riassunto: Luigi Di Maio da Avellino non ha più la ola della curva in suo favore, anzi i capi ultras gli si sono rivoltati contro, non tollerano che piaccia alla gente che non piace (a loro), il fatto che raccolga consensi tra la ciurma degli avversari, stampa e roba varia del governo, spiazza gli ex fiancheggiatori, che torni in tribuna ad accogliere i vip. È arrivato il momento di fargli perdere l’equilibrio. Ormai è disallineato.


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