“Con noi avrete 15 seggi in più”. Ecco come Calenda ha convinto il Pd alle strane nozze

Ago 3, 2022

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La carta decisiva messa sul tavolo dal duo Calenda-Della Vedova per sbloccare a proprio favore la trattativa con il Pd è stata una forbice numerica: 10/15.

Un numero evocativo di scenari drammatici: si tratta dei collegi uninominali su cui, rompendo con Azione e Più Europa, il centrosinistra avrebbe potuto contare con certezza. Pochi, pochissimi, visto che in tutto i posti da assegnare con l’uninominale sono 147 alla Camera e 74 al Senato. «Nel 2018 – ha ricordato il radicale Della Vedova ai suoi interlocutori dem, nel lungo vertice di ieri mattina che ha sancito l’intesa – su 37 collegi vinti dal Pd – almeno 19, soprattutto nelle grandi città, sono stati vinti grazie all’alleanza con noi di Più Europa, e al nostro 2,6%». Insomma: i nostri voti possono fare la differenza tra una débâcle e un risultato soddisfacente. Cifre che evidentemente corrispondevano anche ai calcoli del Pd, tant’è che Enrico Letta, alla fine, ha dovuto far buon viso a cattivo gioco e ingoiare parecchie delle condizioni poste dal leader di Azione. Che ha ottenuto non solo lo scalpo di Luigi Di Maio, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (fuori dai collegi di coalizione) ma anche un documento programmatico che mette tutto l’accento sui temi cari ai calendian-boniniani (agenda economica e linea di politica estera di Draghi, infrastrutture come rigassificatori e termovalorizzatori, fermo sostegno all’Ucraina, correzioni al reddito di cittadinanza e al totem grillino del Superbonus) e ritenuti «una provocazione» dall’ala sinistra, anche interna al Pd. Per non parlare della spartizione numerica dei posti: 70% al Pd (che si caricherà i suoi alleati minori), 30% a Calenda. Con la foto finale dell’ex ministro e del segretario Pd che firmano l’intesa, sancendo visivamente un protagonismo a due che taglia fuori gli altri cespugli.

Arrivare all’intesa non è stato facile, raccontano i protagonisti: quando ieri mattina presto al Nazareno si sono visti recapitare la bozza di documento con i punti giudicati «imprescindibili» dal duo Calenda-Della Vedova, la reazione è stata di grande irritazioni: «Non si può discutere così, se prima ancora di vederci già mettete i vostri paletti», ha reagito Letta. «Se ci mandate un testo già scritto è una provocazione», si è arrabbiata la capogruppo dem Serracchiani. L’incontro ufficiale è slittato, i mediatori hanno limato, Calenda ha argomentato: «Noi siamo pronti a non candidare nei collegi comuni i candidati più indigesti a sinistra, come le ex ministre di Forza Italia Carfagna e Gelmini, che capeggeranno le nostre liste proporzionali. Ma allo stesso modo non collegheremo mai il nostro simbolo al nome di chi ha fatto opposizione feroce al governo Draghi e gli ha votato contro 55 volte, come Fratoianni». Alla fine, l’accordo è stato trovato, per la gioia di tutti: «I nostri punti sono stati tutti recepiti, ognuno ha la leadership della sua area ma valori comuni: ora andiamo a vincere». Per Letta, «il patto che abbiamo fatto rende le prossime elezioni contendibili, abbiamo ritenuto di avere il dovere e la responsabilità di offrire una proposta convincente e vincente. «Con la scelta di oggi abbiamo rovesciato il piano della campagna elettorale».

Rispunta pure l’ex premier Romano Prodi, che benedice la nuova coalizione: «L’accordo rende più forte la coalizione», afferma. Tra i potenziali alleati, scavalcati dall’intesa con Calenda, dilaga però la rabbia. Tanto che il Nazareno cerca di correre ai ripari: «Nelle prossime liste elettorali il Partito democratico offrirà diritto di tribuna in Parlamento ai leader dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza elettorale», ossia qualcuno di loro sarà candidato nel Pd. Ma è un’offerta che certo non basta a placare le ire degli esclusi: la sinistra Fratoianni-Bonelli tuona che va ridiscusso tutto, «programmi e candidature», mettendo l’accento sui posti in Parlamento. Quanto a Di Maio, il colloquio con Letta (alla Farnesina, sede quanto meno inopportuna, fanno notare subito dal centrodestra), è definito «per nulla risolutivo» dal ministro degli Esteri, e nei prossimi giorni a Letta toccherà proseguire una defatigante trattativa.


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