Conte ricicla nel partito i poltronari grillini rimasti senza stipendio

Ago 4, 2022

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Adesso il vero dramma dei poltronari Cinque Stelle bloccati dalla regola dei due mandati è trovarsi uno stipendio. In dieci anni di privilegi parlamentari si sono abituati benissimo, sarà dura per loro tornare ai redditi precedenti. Anche perché molti di loro non ne avevano nessuno. Paola Taverna nell’ultima dichiarazione da semplice cittadina («io nun so’ un politigo!!»), quella cioè relativa ai redditi del 2012, dichiarava 16mila euro lordi, circa mille euro al mese. Nell’ultima invece, quella del 2021, ben 192mila euro. In sostanza grazie alla politica ha decuplicato il suo conto in banca. Difficile che voglia tornare a fare l’addetta al poliambulatorio di analisi cliniche di Torre Maura per pochi euro al mese, dopo aver assaporato i grassi bonifici mensili del Senato. E come lei molti altri miracolati M5s costretti a non ricandidarsi dal diktat di Beppe Grillo (fosse stato per Conte sarebbero tutti in lista). Roberto Fico non aveva redditi, zero. Vito Crimi faticava ad arrivare a 1500 euro al mese, ora ne prende il doppio solo come rimborso spese mensile dal Senato. E come lui Carlo Sibilia, 19mila euro lordi l’anno prima di vincere la lotteria Cinque Stelle, 100mila euro l’anno da deputato.

Che fare, adesso? Una scappatoia è uscire dal M5s e farsi ricandidare da altri, ad esempio dal Pd o da Di Maio (cioè sempre dal Pd). Molti lo hanno fatto, e così si terranno anche l’assegno di fine mandato (90mila euro), la buonuscita dei parlamentari. Ma i posti fuori dal M5s sono pochi e non sicuri. I fedelissimi di Conte, poi, sono costretti a restare. E così lui, per evitare nuove uscite, si è impegnato pubblicamente a sistemarli. All’«inconveniente» della regola voluta da Grillo, ha spiegato il leader M5s, «ovvieremo trovando le forme e i modi per valorizzare il patrimonio di competenze ed esperienze dei portavoce che si sono particolarmente distinti». Quindi per loro si studia uno contratto nel Movimento, con un buon stipendio.

Conte ha infatti annunciato una riorganizzazione del movimento per strutturarsi come un partito tradizionale, con coordinatori regionali, provinciali, dirigenti locali e responsabili con deleghe tematiche e organizzative. Tradotto: incarichi retribuiti. E appunto lì verranno riciclati i cosiddetti «big» non ricandidabili, in attesa di una futura deroga che permetta per esempio di essere piazzati nei consigli regionali o in Europa, posti che pagano bene. Qualcuno è già stato sistemato. A Vito Crimi è stata assegnata la delega alla gestione informatica della nuova piattaforma digitale del M5s. Adesso ha ancora lo stipendio da senatore, ma finita la pacchia potrà passare a carico del M5s, cioè sempre dei contribuenti. I veterani faranno da «navigator» (pagati) alle nuove leve grilline. Altri stipendi verranno fuori dalla scuola di formazione del M5s, le Frattocchie grilline. E poi un grande classico del riciclo dei trombati, gli incarichi nei gruppi parlamentari o negli staff degli eletti, prassi già molto utilizzata dai grillini. Il problema sono i soldi. Il M5s ne ha pochi, con i parlamentari morosi che non versano un euro da anni (mancano 2 milioncini all’appello), il 2 per mille che frutta poco. E una campagna elettorale da finanziare. Una piccola minoranza tornerà al lavoro, tra i pochi che lo avevano. Uno di questi sarà Alfonso Bonafede, l’ex ministro della Giustizia, lo scopritore dell’avvocato Conte. Bonafede ha un suo studio legale con sede a Firenze e Milano. Certo se gli avessero proposto di ricandidarsi, ammette, «avrei certamente preso in considerazione la possibilità di proseguire». Che peccato.


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