• Cortocircuito a sinistra: invocano la piazza contro una manovra che aiuta il ceto medio

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    Quella licenziata ieri sera dal governo Meloni è probabilmente la legge di bilancio con maggiore attenzione al tessuto sociale del Paese scritta negli ultimi anni. Sicuramente negli ultimi dieci, durante i quali hanno spadroneggiato esecutivi di centrosinistra che sognavano inique patrimoniali e, quando ci riuscivano, infilavano nuove, dannosissime imposte. E, mentre in campagna elettorale Enrico Letta e i suoi promettevano misure per i meno abbienti e accusavano il centrodestra di fare solo gli interessi dei ricchi, ecco arrivare proprio da quel centrodestra una manovra che tende la mano al ceto medio e mette sul piatto soldi in aiuto a chi è più in difficoltà. Ma, anziché riconoscerlo, dem e grillini – in uno dei loro più classici cortocircuiti – gridano al “massacro sociale” e si apprestano a scendere in piazza.

    Giorgia Meloni lo ha messo per iscritto sin dall’inizio. Il suo è un “governo fortemente politico”. Che intende far durare per cinque anni. Sulla base di questa impostazione è stata, appunto, scritta una legge di bilancio che “non si limita a un lavoro ragionieristico” ma che “fa scelte politiche”. Scelte che non si limitano alla stesura di una manovra ma che tracciano un percorso che punta a durare. Cinque anni, appunto. “Abbiamo deciso le nostre priorità e abbiamo concentrato lì le risorse”, ha spiegato oggi il presidente del Consiglio in conferenza stampa. Quasi 35 i miliardi di euro stanziati. Risorse che vanno ad “aiutare il ceto medio e non i ricchi”, seguendo due grandi priorità: “la crescita e la giustizia sociale. Si parte col taglio del cuneo al 2% (con un ulteriore 1% per i redditi fino ai 20mila euro) e si arriva all’estensione della flat tax agli 85mila euro per autonomi e partite Iva, passando per l’indicizzazione delle pensioni minime al 120%. E ancora: le misure per contrastare il caro bollette; il mese di congedo facoltativo extra retribuito all’80% anziché al 30%; la “Carta Risparmio” per redditi bassi destinata all’acquisto di beni di prima necessità; la riduzione dell’Iva sui prodotti per l’infanzia e sugli assorbenti.

    “L’approccio è quello di un bilancio familiare”, ha spiegato oggi la Meloni. “Quando le risorse mancano non ti preoccupi di raggiungere il consenso, ti preoccupi di cosa sia giusto fare perché la famiglia possa crescere nel migliore dei modi. Abbiamo preso impegni importanti in campagna elettorale e in questa manovra”. L’orizzonte del lavoro è appunto tutta la legislatura. Il taglio del cuneo, per esempio, resta fissato al 5%, di cui due terzi ai lavoratori e un terzo alle imprese. “Ci arriveremo”, è la promessa fatta dal premier all’assemblea di Confartigianato. Il punto di partenza c’è. Solo a sinistra non se ne accorgono. Non solo. Accecati dalla furia ideologica gridano contro e promettono caroselli e manifestazioni. Il più agguerrito è sicuramente Giuseppe Conte. Parla di “legge misera”, “guerra agli ultimi”, “massacro sociale”. E ovviamente lancia la crociata a difesa del reddito di cittadinanza che ha dimostrato ampiamente di essere inadatto a creare lavoro. Gli stessi toni violenti del leader pentastellato sono stati usati da Enrico Letta, che già prenota la piazza per il 17 dicembre, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. “Il segno della manovra sta in una frase – scrivono sui social – deboli coi forti e forti con i deboli”.

    È l’ennesimo cortocircuito di una sinistra nel pallone. Bocciata alle urne, sempre più in difficoltà nei sondaggi, i dem e i cespugli rossi si aggrappano al populismo grillino per sopravvivere. Persino il leader di Azione Carlo Calenda fa notare a Letta che “fare manifestazioni senza proporre un’alternativa” non serve a nulla. Ma dopo tutto cos’altro rimane a Boldrini e compagni dopo che la Meloni ha scippato pure la famigerata tampon tax? Nemmeno sul reddito gli ha lasciato alibi. Non c’è stata la mannaia sbandierata da Conte. Il governo ha lasciato a chi è in condizione di lavorare un anno di tempo per trovarsi un lavoro. Poi, alla fine del 2023, l’assegno gli verrà tolto. “Uno Stato giusto – ha spiegato la Meloni – non mette sullo stesso piano dell’assistenza chi può lavorare e chi non può lavorare”. Una lezione che a sinistra difficilmente impareranno.


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