Così i giornaloni sono diventati i cani da guardia della sinistra

Lug 28, 2022

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Facciamo un esperimento mentale. Se alla Casa Bianca ci fosse Donald Trump invece che Joe Biden, adesso, come verrebbe narrata la guerra in Ucraina dai media? L’ex presidente ritiene che, con lui al comando, Vladimir Putin non avrebbe avuto il coraggio di attaccare, come ha dichiarato all’inizio del conflitto. Ma mettiamo che, a parità di condizioni (guerra in corso) ci fosse Trump e non Biden, oggi cosa vedremmo in televisione? Cosa leggeremmo sui quotidiani? Azzardiamo una risposta, sulla base delle esperienze precedenti: nel gennaio del 2020, quando un raid aereo statunitense uccise il generale iraniano Qassem Soleimani, la reazione mediatica fu un coro unanime di preoccupazione e terrore per una possibile “guerra mondiale”, la cui responsabilità era attribuita al presidente Usa e al suo carattere “volubile”. La stessa narrazione si era già vista nel settembre del 2017, nella crisi dei missili in Corea del Nord. Ogni dichiarazione dell’allora presidente repubblicano contro il dittatore “rocket man” Kim Jong-un, era vista come una provocazione incendiaria, da guerra mondiale.

Se la stampa, americana ma anche italiana, avesse mantenuto la stessa sensibilità e suscettibilità di allora, oggi ogni dichiarazione di Biden contro Putin (a partire dalla sua definizione di “assassino” in un’intervista rilasciata mesi prima dell’inizio della guerra) verrebbe letta come un inizio di “terza guerra mondiale”. Quindi l’esperimento è facile: in un mondo alternativo in cui Trump fosse alla Casa Bianca, oggi tutta la stampa sarebbe pacifista, cercherebbe responsabilità degli Usa sull’origine del conflitto, riterrebbe altamente provocatorio l’invio di armi all’Ucraina, riempirebbe i servizi dei Tg e dei programmi politici di interviste ad esperti sul rischio di guerra nucleare.

D’altra parte è quel che abbiamo visto nei venti anni passati. L’unica eccezione è stato l’11 settembre, un attacco all’America talmente grande ed eclatante da mettere d’accordo tutti. Ma appena sei mesi dopo, con l’intervento in Afghanistan e soprattutto con l’inizio della crisi in Iraq nel 2002, è partita la campagna accusatoria contro gli Usa quando il presidente era il repubblicano George W. Bush. Nel 2003, con lo scoppio della guerra in Iraq, la narrazione dell’11 settembre, sul pericolo terrorismo, è magicamente scomparsa, per lasciare spazio a quella più consueta anti-imperialista. Ed ha coinvolto tutti: persino il Corriere della Sera, allora diretto da Ferruccio De Bortoli, ha rotto una secolare tradizione interventista e filo-occidentale, iniziata nella Prima Guerra Mondiale, per assumere un’inedita posizione pacifista. Negli otto anni successivi, ogni singolo morto in Iraq è stato attribuito a Bush. Si è dato per scontato che il motivo scatenante del conflitto fosse quello delle armi di distruzione di massa, poi mai trovate, dimenticando gli altri due: l’ostilità del regime di Saddam Hussein (dichiaratamente sponsor del terrorismo, soprattutto contro Israele) e il suo mancato rispetto delle clausole armistiziali del 1991. Si è data per scontata la malafede di Bush sulle armi di distruzione di massa, anche se quasi tutti i servizi di intelligence occidentali, allora, ne “provavano” l’esistenza.

La stessa macchina non si era messa in moto per le guerre di Bill Clinton. Manifestazioni pacifiste c’erano state, in occasione dell’intervento della Nato in Kosovo, contro la Serbia nel 1999. Ma marginali: Michele Santoro che organizza le dirette da un ponte di Belgrado e l’opposizione della Lega Nord (allora fuori da entrambi i poli) non erano nemmeno lontanamente paragonabili al coro pacifista che si sarebbe visto appena quattro anni dopo contro l’intervento in Iraq. Eppure entrambi i conflitti sono stati molto problematici sul piano della legge internazionale, visto che in tutti e due i casi non c’era un consenso all’Onu. La macchina del pacifismo non si sarebbe più mossa dopo l’uscita di scena di Bush. Neppure negli otto mesi di guerra aerea in Libia, dove pure una missione di No Fly Zone si è tacitamente trasformata in un regime change. Ma c’era Obama alla Casa Bianca.

Proviamo a fare un esperimento mentale un po’ più difficile. Se alla Casa Bianca ci fosse Trump invece che Biden, come sarebbe stata narrata la campagna vaccinale? Sì, perché il piano di produzione e distribuzione dei vaccini, Warp Speed, ha la firma di Trump, non del suo successore democratico che l’ha ereditata. Qui è più difficile indovinare, perché mancano i precedenti. Ma i media, che accusavano Trump di essere anti-scientifico e negazionista, non hanno mai spiegato come mai negli Usa si sia arrivati ad avere un vaccino, prima che negli altri Paesi. E che vi fosse già una campagna vaccinale pronta, soprattutto, prima ancora che nel resto del mondo. Curioso poi che la notizia del primo vaccino, quello di Pfizer, sia stata posticipata ai giorni successivi alle elezioni, quando Trump aveva già perso.

Stiamo forse insinuando che i media siano di parte, a cominciare da quelli americani per arrivare a quelli italiani?

È una giornalista Rai, Giovanna Botteri, che ha denunciato, involontariamente, questa realtà, all’indomani dell’elezione di Donald Trump, nel 2016: “Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta e unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana?”. È successo, come dimostra la storia successiva, che la stampa è rimasta comunque unita e compatta, negli Usa e in Europa. Non nel ruolo di cane da guardia della democrazia, ma del Partito democratico.


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