“Così l’Italia ha regalato il virus alla Russia per sviluppare Sputnik”

Mag 5, 2022

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    Stando a quanto scritto dal quotidiano Domani, l’Italia avrebbe “consegnato il Coronavirus vivo” agli scienziati russi. Una mossa che avrebbe consentito di sviluppare i due vaccini di Stato, ovvero Sputnik V e EpiVacCorona. Ovviamente il condizionale è d’obbligo, doveroso, anche perché non si può avere l’assoluta certezza. Si tratta comunque di una vicenda destinata a fare scalpore e su cui sarebbe necessario fare chiarezza una volta per tutte.

    L’isolamento del Covid-19

    Tutto parte dalla positività in Italia dei due turisti cinesi, che sviluppano i sintomi tipici del Covid-19 e vengono ricoverati allo Spallanzani. Di lì a poco una squadra di scienziati guidati dalla dottoressa Maria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia, riesce a compiere un passo fondamentale: isolare il Coronavirus, metterlo in coltura e sequenziare il suo genoma. Un precedente con un’importanza rilevante, grazie a cui poter studiare il modo di infenzione delle cellule in vitro e comprendere i meccanismi della malattia.

    C’è anche un altro aspetto, forse il più importante: questo significa avere anche qualche arma in più per arrivare allo sviluppo di farmaci e vaccini contro il Covid-19. La sequenza dell’intero genoma sarebbe stata pubblicata su una piattaforma di condivisione, messa a disposizione del mondo scientifico e chiunque sia registrato “la può vedere e scaricare“.

    Il virus ai russi

    L’isolato iniziale Inmi-1 sarebbe stato dunque fornito alla comunità scientifica internazionale “tramite biorepository certificate di condivisione di ceppi” e su richiesta, con motivazione scientifica, sarebbe stato dato per consentirne lo studio. “L’abbiamo dato a una ventina di laboratori“, ha riferito la dottoressa Capobianchi. Che ha aggiunto un dettaglio particolare: sarebbe stato concesso anche a Vector, il centro di ricerca statale russo.

    Appare evidente come la condivisione dei ceppi delle sequenze tra organizzazioni impegnate nella ricerca abbia “sicuramente giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dei vaccini e dei monoclonali“. Per la dottoressa Capobianchi in tutto ciò “non c’è niente di losco o demoniaco nella condivisione“, a patto che sia nel segno della trasparenza e della regolamentazione.

    Il sospetto sul centro di ricerca

    La domanda che ci si pone è la seguente: l’istituto Vector avrebbe chiesto i campioni di Covid-19 vivo in qualità di istituto di ricerca di base o in qualità di compagnia farmaceutica di Stato? La differenza è enorme: il quotidiano Domani spiega che se fosse stata dichiarata la volontà di utilizzo per sviluppare un vaccino allora “avrebbe dovuto sottoscrivere un Mta industriale, e versare royalties probabilmente multimilionarie allo Spallanzani“.

    Un alto dirigente dello Spallanzani avrebbe confidato: “Glielo abbiamo dato gratis, questo è il problema“. Un’accusa pesantissima che, se confermata, sarebbe gravissima. Il sospetto paventato da alcuni è che si sia trattata di una decisione presa dai piani alti in base a considerazioni geopolitiche. “È stato un accordo tra governi“, sostiene l’interlocutore del Domani. Giuseppe Conte avrebbe fatto pressioni o era all’oscuro di tutto? “Con tutte le dosi di Sputnik che i russi hanno venduto avremmo potuto fare un bel po’ di soldi anche noi“, è la risposta dell’interlocutore.


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