• Cover alla Springsteen, 15 brani soul tutti da amare

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     La notizia di un disco di cover di Soul Classics ha fatto sobbalzare i cuori affamati dei fan di Bruce Springsteen che lo aspettavano da tempo, come Charlie Brown con il Grande Cocomero. Bruce è un Soul Brother devoto fin dai tempi, come lui stesso racconta, in cui da ragazzo cominciava a calcare i palchi attorno ad Asbury Park e “chiunque suonasse in quegli anni in un bar di quella zona del New Jersey suonava Soul”.
        Il Soul per lui non è solo una religione da fan ma un elemento del suo Dna artistico: cos’altro sono i concerti con la E Street Band se non un’irresistibile e inimitabile versione rock di una Soul Review? E qualcuno ha dei dubbi sul fatto che Springsteen sia uno dei più grandi cantanti Soul bianchi della storia? E le radici del rapporto messianico che ha con il pubblico non sono forse da ricercare nelle chiese del Gospel e nei concerti dei grandi artisti Soul? Non a caso negli anni Bruce ha disseminato di cover e citazioni le scalette dei suoi torrenziali concerti, potendo contare su una band che quanto a Black Music ne sa quanto lui. Sulle mensole dei collezionisti sono poggiati Bootleg dei live pieni di queste citazioni: dunque “Only The Strong Survive”, il nuovo album che contiene 15 cover di brani Soul, alcuni dei quali da collezione, è un evento quasi paragonabile al celeberrimo triplo live ufficiale che, forse per le altissime aspettative, finì per scontentare molti. E anche in questa occasione c’è qualcosa che non va: non c’è la E Street Band che lo avrebbe reso indispensabile e, in qualche occasione, un inaspettato velo patinato. Ma si sa, ogni tanto Bruce ha bisogno di fare da solo. Così nel post lockdown ha fatto squadra con il produttore Ron Aniello, che ha suonato tutti gli strumenti all’infuori dei fiati, poi ha chiamato gli E Street Horns e una sezione di coristi tra cui la fida Soozie Tyrrel, unico componente della E Street Band. Il tutto perché, dopo più mezzo secolo di carriera, ha deciso di concedersi il lusso di fare solo il cantante, libero, come dice lui, dai condizionamenti imposti dalle sue composizioni. Così ha pescato 15 brani in cui non c’è un super classico, probabilmente l’unica hit a livello popolare è “Nightshift”, il grande successo dei Commodores, non a caso uscita come singolo. Il resto sono gioielli da intenditori con alcuni capolavori di genere tipo “Don’t Play That Song For Me”, scritto per Ben E.King ma reso immortale da Aretha Franklin, che Bruce rende suo con una serie di invocazioni a grandi della Black Music nel finale.
        I momenti in cui si salta sulla sedia non mancano: per esempio nella splendida “The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore”, scritta da Frankie Valli ma diventata la signature song dei Walker Brothers, i grandi eredi del Wall of Sound di Phil Spector: e quando si parla di Wall of Sound nessuno lo interpreta meglio di Springsteen. Oppure “What Becomes Of The Broken Hearted”, un must di Jimmy Ruffin che qui acquista una nuova vita così come la ballad di William Bell “I Forgot To Be Your Lover” dove come guest star c’è Sam Moore, leggenda della Stax Records, la metà sopravvissuta del Dynamic Duo Sam & Dave, ospite anche di “Soul Days”, un medium tempo all’epoca cantato da Dobie Gray, molto vicino al Sound E Street Band.
        Dall’epoca d’oro della Motown arrivano due brani pescati dal repertorio di due tra i più grandi gruppi vocali della storia: i Four Tops e i Temptations. Dei primi c’è la travolgente “7 Rooms of Gloom”, dei Temptations “I Wish It Would Rain”, firmato da Norman Withfield, così pieno di malinconia e di Groove. Non poteva mancare un omaggio ad Humble & Guff, fondatori del Philly Sound: “Hey Western Union Man”, scritto per Jerry “The Iceman” Butler ma quando si ascolta “Any other way” di William Bell Bruce conferma non solo di essere uno dei più grande interprete vivente della Stax e del Memphis Sound ma il sacerdote laico del culto del Soul. (ANSA).
       


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