• Csm, ribaltone nelle urne. Le toghe svoltano a destra

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    La notizia negativa è che le correnti organizzate della magistratura, nonostante quanto è venuto a galla dal caso Palamara in poi, continuano a dirigere il traffico all’interno della categoria: come se il giudice qualunque, per quanto deluso e disorientato, non riuscisse a trovare un altro punto di riferimento credibile, un’altra rappresentanza possibile. La seconda notizia è però che il controllo quasi totale del Consiglio superiore della magistratura, per il cui rinnovo hanno votato domenica e lunedì 7.911 toghe (su 9.456 aventi diritto), non sarà più nelle mani dell’asse di centrosinistra che lo ha governato per anni. A uscire vincente dalle urne è soprattutto Magistratura Indipendente, la corrente più conservatrice, che rafforza quasi ovunque la sua presenza e potrebbe arrivare a occupare sette dei venti posti in palio. Il complicato meccanismo elettorale ideato dalla ministra Cartabia permette comunque al correntone di sinistra, Area, di mantenere inalterata la sua presenza nel Csm. Ma a fare impressione è il divario nei voti di preferenza. A nord la candidata moderata Maria Luisa Mazzola, giudice a Bergamo, prende il triplo dei voti della torinese Mariafrancesca Abenavoli di Area, seconda classificata. Al centro quasi la stessa scena, la conservatrice Bernadette Nicotra doppia il progressista Marcello Basilico.

    È un fenomeno che andrà analizzato e che fa dire all’uomo che suo malgrado ha innescato lo tsunami, ovvero Luca Palamara, che «tra gli effetti (in)desiderati del trojan dell’hotel Champagne c’è stata la bipolarizzazione della magistratura e la marginalizzazione dell’area di centro storicamente rappresentata da Unicost». Unicost era la corrente di Palamara, ed esce malconcia dalle elezioni. Niente di paragonabile a quanto accade a Autonomia e Indipendenza, la corrente giustizialista che era stata fondata da Piercamillo Davigo, che appare pressocché azzerata.

    Più di una speranza alla vigilia si era concentrata sulle candidature indipendenti che per la prima volta sembravano impensierire il monopolio delle correnti. In genere, invece, gli indipendenti non sfondano. Con una grande, e per alcuni aspetti clamorosa, eccezione. A Milano la base di Area si era ribellata alle indicazioni dei vertici nazionali, che indicavano come candidato di punta Mario Palazzi, pubblico ministero a Roma, uno dei notabili storici della corrente delle «toghe rosse». Contro le decisioni dei vertici nazionali era partita la candidatura autonoma di Roberto Fontana, pm a Milano, esperto di crimini economici. Sembrava una impresa disperata: invece ieri lo scontro all’interno della sinistra in toga segna la sconfitta di Palazzi e la vittoria di Fontana. La base contro il vertice, lo spontaneo che batte il designato: anche questo, forse, è un segnale che il ciclone Palamara non è passato invano.

    Resta da capire quali assetti e quali logiche governeranno il Csm uscito da queste elezioni. A partire da novembre, quando si insedieranno i nuovi eletti; ma soprattutto dai mesi successivi, quando toccherà al nuovo Parlamento eleggere i rappresentanti «laici», ovvero schiettamente politici, del Consiglio superiore. Per la prima volta, se le Camere saranno a netta prevalenza moderata, il timone del Csm potrebbe essere deviato dal corso consueto: soprattutto quando verrà il momento di nominare il suo vicepresidente che – con l’unica eccezione di Michele Vietti – è dal 1994 monopolio del centrosinistra. Sul tavolo il nuovo Csm troverà alcune nomine delicate, tra cui la presidenza del tribunale di Milano, ma soprattutto la ricostruzione della credibilità di un organismo cruciale degli equilibri istituzionali: una credibilità messa in crisi davanti all’opinione pubblica quanto davanti ai magistrati stessi.


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