• Da pm idoli dei manettari a candidati di seconda fila

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    Duole dirlo: alla fine di una carriera di fatiche e di pericoli, a restare addosso a Roberto Scarpinato, pubblico ministero a Palermo, icona dell’antimafia, beniamino delle «agende rosse», rischia di essere la definizione che ne diede nel suo libro Ilda Boccassini, che lo aveva avuto come collega. «Un narciso siciliano con la chioma alla d’Artagnan», lo liquidò Ilda la Rossa. E la definizione torna bruscamente di attualità ora che Scarpinato, lasciata la toga per raggiunti limiti di età, scende nell’agone della politica. Perché anche qui Scarpinato sembra portarsi appresso quella considerazione alta di se stesso che la Boccassini riassumeva nella categoria del narcisismo. È una peculiarità comune ad altri magistrati che compiono – o cercano di compiere – il salto dall’aula dell’Assise a quella di Montecitorio. Ma che ora sembra arrivare fuori tempo massimo, quando l’infatuazione «a prescindere» per i magistrati è affievolita anche nel popolo della sinistra: col rischio che ex giudici ed ex pm vadano incontro alla trombatura anziché al laticlavio.

    Ieri a Palermo Scarpinato ha presentato la sua candidatura per il Movimento 5 Stelle: chioma candida sempre fluente, anche se la stempiatura avanza (e d’altronde anche il moschettiere di Dumas sarebbe andato in piazza, se fosse arrivato ai settanta). Un bel posto nelle liste per il Senato, elezione probabile se non certa: ma che non mette al riparo l’ex pm dal «fuoco amico», ovvero dalle accuse dei colleghi. A partire da Antonio Ingroia, che stava con lui nel pool antimafia a Palermo, e che già nove anni fa scelse la strada della politica diventando il leader designato della sinistra radicale. Finì con una catastrofe, Ingroia la prese malissimo, somatizzò ingrassando venti chili. Ora si è ripreso, ci riprova, si candida in una lista semisconosciuta e senza speranze che si chiama Italia Sovrana e Popolare, sa di non potercela fare. Così infierisce sull’ex collega, lo accusa si schierarsi con quei grillini che hanno impedito di candidarsi a un altro magistrato-icona, Nino Di Matteo. Scarpinato gli risponde in diretta di avere chiamato Di Matteo e di avere ottenuto la sua benedizione. Ma in queste baruffe tra questi ex compagni di banco spicca soprattutto il programma di Scarpinato in caso di elezione: «continuare a fare con altri mezzi quello che ho fatto nella prima parte della mia vita da magistrato, e cioè difendere la Costituzione e la legalità». La politica come prosecuzione della giustizia, insomma, e magari viceversa: sperando su basi più solide di quelle che portarono Scarpinato a chiedere di condannare senza prove un eroe vero dell’antimafia come il generale Mori.

    Se per sperare di farcela Scarpinato deve affidarsi a un collegio solido, senza avventurarsi nei rischi del plurinominale, per altri suoi colleghi non va altrettanto bene. Per Ingroia ci vorrebbe un miracolo. E un mezzo miracolo servirebbe pure per un altro reso celebre dalle sue inchieste, Luigi De Magistris, già sindaco di Napoli. L’anno scorso quando venne trombato alle elezioni regionali in Calabria reagì insultando gli elettori («questa terra non ha voluto passare dal ricatto al riscatto») e annunciò che si sarebbe preso una «pausa di riflessione». Pausa durata poco, adesso è alla testa di Unione Popolare, mischione di ex grillini, comunsiti, rifondaroli, dato dai sondaggi all’uno e mezzo per cento. Per lui sarà durissima.

    Bei tempi, quando il popolo di sinistra incoronava Di Pietro al Mugello con percentuali putiniane. Rottamata dal Pd un’altra icona come l’ex procuratore Pietro Grasso, i pm scoprono che la politica è un mestiere duro. Persino l’ex procuratore Antimafia Federico Cafiero de Raho (che il Pd raccomandava a Palamara) potrebbe avere dei dolori dal plurinominale per i 5 Stelle in Romagna. Forse a conti fatti il più saggio è un altro pm con dei bei capelli, Henry John Woodcock, che invece che per il Parlamento si candida per il Csm. Mal che vada, se lo trombano potrà continuare a fare il magistrato.


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