D’Alema tende la mano a Putin: “Ascoltare le sue ragioni”

Mag 11, 2022

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    Parla a ruota libera, Massimo D’Alema, e lo fa dal palcoscenico della Conferenza Esri 2022, in corso presso il Teatro Ambra Jovinelli di Roma. L’ex premier, commentando cause e conseguenze della guerra in Ucraina, ha spiazzato tutti parlando delle “ragioni di Putin”.

    Non solo, certo. Ma che D’Alema possa in qualche modo sentirsi libero di lasciare a casa i freni inibitori lo si intuisce dalla sua “leggerezza” con cui ha toccato punti delicati della politica estera del presente e del passato. Come il bombardamento di Belgrado, autorizzato nel 1999 proprio da D’Alema mentre era a Palazzo Chigi.
    Ma andiamo con ordine.

    Per D’Alema “La Russia è l’aggressore, ma se vogliamo la pace noi dovremo tener conto anche delle ragioni di chi ha torto (Putin, appunto, ndr). E tra queste ragioni ce ne sono due incancellabili: la prima è che bisogna creare un quadro di sicurezza in cui anche la Russia si senta sicura, altrimenti l’insicurezza di una potenza nucleare può diventare un pericolo per tutti. La seconda è che bisogna preoccuparsi anche dei diritti delle minoranze di lingua russa che vivono nelle regioni ex sovietiche. In alcune di queste non è stato riconosciuto il diritto di lingua e di voto”.

    La prima riflessione è sorprendentemente simile a quella che Silvio Berlusconi cerò invano di propugnare nei consessi internazionali a più riprese, esortando l’Occidente a dialogare con la Russia e a considerarla un alleato, anziché un nemico, dell’Europa continentale.
    La seconda è se possibile ancor più delicata, poiché i diritti non riconosciuti dei russofoni del Donbass sono stati utilizzati come volano dal Cremlino per giustificare “l’inevitabile” invasione dell’Ucraina. Il tema della gestione delle minoranze è molto sentito da larghe fette di cittadini ucraini non solo di etnia russa, ma anche rumena, polacca e ungherese.

    D’Alema, che allo stesso tempo in questa fase dice di essere favorevole all’invio delle armi in supporto dell’esercito di Kiev, ritiene che si debba partire da queste “lacune” dell’establishment ucraino negli ultimi 8 anni per riprendere un percorso politico che possa portare alla pace: “Ricordo come la civilissima Italia democratica riuscì a risolvere il problema della minoranza tedesca che vive da noi, riconoscendo il diritto all’autogoverno e il Sudtiroler Volkspartei. Questa era una delle idee al centro degli accordi di Minsk ma questi accordi non sono stati applicati. E questo ce lo dobbiamo ricordare anche se non giustifica nulla di quello che poi è accaduto dopo, se l’Ucraina avesse ceduto non ci sarebbe stato più spazio per la politica”.

    Da qui, il riferimento alla “sua” guerra, quella mossa contro la Serbia di Slobodan Milosevic alla fine del millennio scorso: “La nostra preoccupazione fu di fare la guerra con gli Alleati ma anche creare i presupposti per un accordo. I primi a entrare a Pristina furono i soldati russi che facevano parte del contingente internazionale Onu”. E ancora: “Abbiamo fatto la guerra insieme – ha raccontato, indicando durante la cena a margine il generale Mario Arpino, capo di Stato Maggiore durante il conflitto in Kosovo – noi volevamo che fosse l’ultima guerra balcanica e che nessuno si sentisse umiliato ma non rinunciammo a fare i politici. Io non chiusi la nostra ambasciata a Belgrado e l’Italia fu l‘unico Paese che non chiuse la sede diplomatica e mantenne un dialogo con la Serbia”.

    D’Alema insomma propone come modello quello imbastito da lui e dal suo governo in due scenari di crisi: il Kosovo e il Libano. La sua ricetta a tal proposito sarebbe rinunciare al momento all’idea di un “accordo generale” tra Russia e Ucraina e lavorare “innanzitutto per un cessate il fuoco garantito internazionalmente”, poi “si apra un tavolo di negoziato che non può riguardare solo Russia e Ucraina, perché non c’è dubbio che Europa, Nato e Stati Uniti non possono che essere parti di un negoziato di questo genere, che abbia come obiettivo quello di raggiungere un accordo che comprenda la recuperata integrità dell’Ucraina, i diritti delle minoranze russe com’erano previste dagli accordi di Minsk, la sicurezza della Russia, la sicurezza dell’Ucraina, un’architettura di sicurezza in Europa”.

    L’alternativa è che “i pericoli diventeranno via via maggiori e l’avvelenamento del clima generale può diventare insostenibile”. Giusto o sbagliato che possa apparire, il disegno diplomatico di D’Alema parte da presupposti che, oggettivamente, al momento sono impensabili.
    Il primo, e cioè che bisognerà ammettere che gli interessi di Unione Europea e Stati Uniti possano, talvolta, non essere convergenti, dacché l’avvicinamento tra i due soggetti è oggi più saldo che mai.
    Il secondo riguarda la posizione degli attori internazionali in relazione ai colloqui di pace, arenatisi oltre un mese fa a Istanbul. Gli alleati Nato, come ribadito peraltro nel colloquio tra Mario Draghi e Joe Biden, ritengono che sia l’Ucraina e solo essa a dover stabilire le condizioni negoziali.
    Il terzo, poi, è relativo agli Accordi di Minsk, che sia Ucraina che Russia hanno a più riprese ritenuto inapplicati e inapplicabili.

    D’Alema, forse, la fa fin troppo facile.


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