Dalla “perfida Albione” a Bush “diavolo”. La lunga scia di insulti che ha segnato la storia

Giu 17, 2022

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    Con quella sua aria da capo cameriere che non ritiene di essere abbastanza valorizzato dal locale in cui serve, Medvedev si è esibito in un logoro insulto gastronomico verso Macron, Scholz e Draghi, «mangiatori di rane, salcicce di fegato e spaghetti». A costo di essere accusato di chi sa quali nostalgie, mi sembra sia stato molto più elegante e originale Mussolini, quando definì gli inglesi «popolo dei cinque pasti», e la Gran Bretagna «perfida Albione».

    È che il populismo, dominante anche dove non ce lo si aspetterebbe, assume di necessità il linguaggio del popolo, raramente raffinato nel definire gli avversari: basti pensare al «macellaio» rivolto da Biden a Putin e al «bastardi» regalato a tutti gli occidentali dallo stesso Medvedev. Una volta intrapresa questa strada, non si torna indietro, in una gara a chi la dice più grave e greve, non con lo scopo di ottenere risultati politici, ma attenzione mediatica.

    Del resto il fenomeno non è nuovo, al di là del populismo. Winston Churchill, spodestato dalla carica di primo ministro da Clement Attlee, lo definì «Una pecora in abiti da pecora». Non era certamente un complimento la definizione di «Stati canaglia», usata per la prima volta da Ronald Reagan nel 1980, attenuata da Bill Clinton con un pudico «Stato da seguire con attenzione» e ripresa da George W. Bush: il quale ebbe in risposta da Hugo Chavez, presidente del Venezuela, la definizione di «diavolo in persona», poi arricchito con «ignorante, asino, vigliacco, assassino, genocida, alcolizzato, ubriacone e bugiardo».

    Fu più elegante il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe, quando definì il primo ministro inglese Gordon Brown «solo un piccolo puntino in questo mondo» e Tony Blair un «ragazzetto in calzoncini corti», imitato dai diplomatici cinesi che poco tempo fa hanno definito il primo ministro canadese Justin Trudeau un «ragazzino», con l’aggravante di avere trasformato il Canada nel «cagnolino degli Stati Uniti». Il più diretto di tutti è stato, nel 2016, Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, che alle critiche dell’Unione Europea rispose con un clamoroso «fuck you», corrispondente al nostrano «vaffanculo»: detto da Beppe Grillo fa sorridere, detto da Sergio Mattarella farebbe un altro effetto. «Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. Però ad ottenere che gli ingiuratori si vergognino, non v’è altra via, che di rendere loro il cambio», scrisse Giacomo Leopardi (Pensieri, 1845). Così, non resta che aspettare i prossimi insulti, sperando che siano più originali e fantasiosi di quelli, modestissimi, di Medvedev.


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