Dario Argento, gli 80 anni del re del brivido

Il 7 settembre Dario Argento compie 80 anni e pare impossibile che il folletto geniale del cinema italiano, maestro indiscusso di stile e creatore di incubi che hanno dato paura e piacere a intere generazioni, non sia di nuovo sul set per fare un regalo ai suoi moltissimi fan. L’attesa potrebbe sciogliersi già nel prossimo anno, ma è troppo presto per gli annunci. Romano “di Roma”, figlio di un uomo di cinema come Salvatore (tra i fondatori di Unitalia per la promozione dei film italiani all’estero e produttore di talento) e di Elda Luxardo (grande fotografa dello star system italiano), Dario nasce il 7 settembre 1940 nel pieno della guerra mondiale. Ma grazie ai genitori non ne subisce direttamente i traumi e crescerà invece gironzolando per lo studio della madre, in Via del Tritone, dove passa ore incantato a scoprire i segreti del set, delle luci, del trucco e dell’obiettivo.

E’ uno studente ribelle, ancora minorenne lascia il liceo classico e scappa a Parigi dove vivrà un anno nello stile della più tipica bohème, facendo mille mestieri, nutrendosi di cinema alla Cinémathèque Française. A 17 anni si conquista però le simpatie della redazione della rivista di settore “L’araldo dello spettacolo”. Strappa quindi un contratto da “vice” critico al quotidiano pomeridiano della Capitale, “Paese sera” dove si ritaglia uno spazio come specialista del cinema di genere e di quello delle avanguardie, a cominciare dalla “Nouvelle Vague”. “Avevo opinioni decise, fin troppo, su tutto e tutti – ricorda sorridendo – ma non mi sono mai pentito perché fare critica significa esporsi e difendere le proprie idee. Da cronista ricordo ancora quando andai a bussare alla porta dell’albergo di John Huston: non avevo appuntamento, non rappresentavo una testata di riguardo (peraltro schierata a sinistra), ma alla fine passammo ore insieme ed è uno di quegli incontri che non si dimenticano”. La sua vita conosce una prima svolta alla metà degli anni ’60: si sposa con Marisa Casale nel 1966 (quattro anni dopo nascerà la sua prima figlia, Fiore), entra nel giro degli sceneggiatori di mestiere lavorando a molti copioni fino ad approdare su un set nel ’69 per dirigere alcune sequenze di “Un esercito di 5 uomini”, western che esce con la firma del produttore Italo Zingarelli. Frequenta anche Sergio Leone, chiamato ad abbozzare il soggetto di “C’era una volta il West” insieme a Bernardo Bertolucci, collabora con Giuseppe Patroni Griffi per “Metti una sera a cena”, fonda una società di produzione col padre (la S.E.D.A.) con cui mette il cantiere il suo primo film, ispirato a un racconto del mistero di Fredric Brown, “La statua che urla”.

Quella di “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970) è ormai leggenda: la distribuzione Titanus non crede nel film che non si iscrive in nessuno dei filoni allora di moda, Salvatore Argento si impegna personalmente nel radunare una squadra tecnica d’eccezione (Morricone alle musiche, l’esordiente Storaro alla fotografia, Franco Fraticelli al montaggio) e insieme a Dario convince un riluttante Tony Musante che ha conosciuto per “Metti una sera a cena” e che nello stesso anno diventerà un divo di Cinecittà grazie ad “Anonimo veneziano”, diretto da Enrico Maria Salerno. Alla prima proiezione del film non c’è nessuna attesa, ma nei giorni successivi le sale si riempiono grazie al passaparola e l’incasso nazionale supera largamente il miliardo di lire. Il progetto originale del “L’uccello dalle piume di cristallo” era stato affidato a Bertolucci che lo passò all’amico Argento di cui conosceva la passione per il thriller e la venerazione per un caposcuola come Mario Bava. Tracce della sua inventiva si ritrovano nelle sequenze più complesse, ma ci sono echi di Alfred Hitchcock e perfino di Antonio Pietrangeli alla cui accuratezza visiva il regista si ispira. “Non ho mai capito perché i miei film vengano raggruppati in trilogie – racconta spesso Argento – e nel caso della cosiddetta ‘trilogia degli animali’ si tratta solo di un gioco legato ai titoli; in realtà i successivi “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio” sono esperimenti in territori limitrofi, anche se l’onirismo, la visionarietà, il valore del suono e l’atmosfera astratta delle musiche, la scelta indistinta degli ambienti e le ricerche sulla paura resteranno sempre motivi per me ricorrenti”.

Il regista sdogana il cosiddetto “giallo” italiano, si guadagna il titolo di “re del brivido” con un crescendo di consensi che trova l’apoteosi in “Profondo rosso” (1975) in cui rende omaggio alle sue passioni cinefile mediante gli attori: David Hemmings, Macha Meril, Clara Calamai e infine Daria Nicolodi, la sua nuova compagna che darà alla luce sua figlia Asia. In quel periodo viene spesso accostato a Hitchcock, ma nonostante le affinità tecniche, il cinema di Dario Argento è già profondamente diverso e lo sarà ancor più quando vira verso l’horror e l’incubo puro tra “Suspiria” e gli altri titoli nella trilogia delle “Tre madri”. Se deve trovare affinità sono piuttosto con gli americani John Carpenter, Wes Craven e soprattutto George Romero con cui collabora per il dittico “Due occhi diabolici” da E.A.Poe e che resta uno dei suoi più grandi amici.

Con 19 film alle spalle, svariate prove televisive tra Italia e Stati Uniti, tre regie d’opera e due libri tra cui il bellissimo “Paura” del 2014, oggi Argento è amato, premiato e venerato in tutto il mondo. Nel 2021 il Museo del Cinema di Torino gli dedicherà una grande mostra antologica: “In realtà proietto sullo schermo le mie paure, le ossessioni che spesso hanno popolato le mie notti e le esorcizzo anche con una robusta dose di ironia. Amo mettermi nei panni dei miei mostri e per questo le mani dell’assassino sono sempre le mie, da un film all’altro. Adoro la tecnica, la sfida delle riprese impossibili, ma poi credo che nel mio cinema ci sia la poesia della vita e della morte”.


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