• “Decreto naufragi”. Così le Ong vogliono dettare legge in Italia

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    Per qualche motivo, le organizzazioni non governative continuano a credere di poter dettare legge in Italia. Il decreto Piantedosi in tal senso sembra essere molto chiaro nel far capire che, con la formazione (decisa dagli italiani) del governo Meloni, il potere decisionale è tornato in mano al parlamento e a Palazzo Chigi, non agli equipaggi delle navi private. Per le Ong dei migranti questa presa di coscienza sembra difficile da acquisire, come dimostrano le continue lamentele. Ma se l’Italia non piace piace più e non si gradisce che il nostro Paese abbia imposto delle regole, esistono altri porti in cui sbarcare. Basta chiedere e verificare se riceverebbero accoglienza a braccia aperte.

    Il decreto Piantedosi? Meglio chiamarlo ‘decreto naufragi’“, sentenzia Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans, in un’intervista all’Adnkronos. A suo dire, il decreto entrato ufficialmente in vigore il 3 gennaio “si muove nella logica di rendere più difficile e a volte impossibile il soccorso civile in quel tratto di acque internazionali che chiamano impropriamente ‘zona Sar libica’“. Definire impropria una determina presente in una convenzione del 1979, che viene riconosciuta dall’Organizzazione marittima internazionale, appare quanto meno una forzatura. Anche perché l’IMO è la stessa organizzazione che viene invocata per attaccare le norme italiane, quindi ancora volta le convenzioni valgono solo a momenti alterni.

    Ma Luca Casarini prosegue: “Vogliono togliere di mezzo i testimoni di quello che accade tutti i giorni nel Mediterraneo centrale: naufragi, omissioni di soccorso, catture e deportazioni nei lager di donne, uomini e bambini“. Questo sarebbe, secondo il capomissione di MSH, l’obiettivo dell’assegnazione di porti non nel sud Italia. Anche secondo Casarini i migranti dovrebbero essere trasferiti in pullman da sud a nord: “Perché non esistono i trasferimenti via terra una volta avvenuto lo sbarco?“. Non si capisce secondo quale logica un soccorso non effettuato in zona Sar (Searche and Rescue, ricerca e soccorso, ndr), italiana da un’organizzazione privata debba ricadere per intero sulle casse italiane. Chi paga il trasferimento di tutti i migranti dalla Sicilia in altri centri via terra? L’Italia dovrebbe addebitare questi costi all’organizzazione che ha preteso lo sbarco in Italia, invece che nel porto più vicino?

    Infine, da Casarini arriva l’ennesimo attacco alla guardia costiera libica: “Avendo alimentato lo strapotere di queste mafie, il governo ha reso più difficile di prima una democratizzazione. E questo anche a scapito del popolo libico, di una società civile che tenta coraggiosamente di avere un futuro“. Che cerca di avere un futuro violando le leggi, entrando illegalmente in un altro Paese dove i migranti economici, abbandonati al loro destino da organizzazioni che non si curano del loro futuro una volta sbarcati finiscono per diventare spesso manodopera per la criminalità organizzata.


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