• Dem d’accordo su una cosa: “Siamo diventati ridicoli”

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    Se lo dicono da soli.

    Persino il candidato dem alla guida della Regione Lombardia, Pierfrancesco Maiorino, definisce la diatriba last minute sulle regole delle primarie (clic versus gazebo, voto online contro «gente in carne ed ossa») «assolutamente ridicola». Il favorito per la segreteria, Stefano Bonaccini, nasconde a stento la propria impazienza: «Non si può stare a discutere di regole dopo un congresso di sei mesi, così sembriamo marziani». Mentre sarebbe anche l’ora di occuparsi di politica, tanto per cambiare, perché «i voti degli italiani li prendiamo, e li convinciamo, su una idea di sanità, scuola, ambiente».

    Epperò proprio sulle regole si è rischiato l’ultimo big bang del Pd, con furibondo (quanto «marziano») dibattito trascinatosi per giorni e con faticosissima mediazione ottenuta dal segretario uscente Enrico Letta, dopo aver sudato sette camicie per evitare la lacerazione. Il tutto per l’alzata d’ingegno post-grillina della candidata Elly Schlein, che avrebbe voluto trasformare le primarie in una consultazione internet modello Rousseau (modello pressoché abbandonato persino dai Cinque Stelle, dopo innumerevoli incidenti e sospette truffe), con l’idea che sul web avrebbe preso più like che tra gli iscritti dem, e che con questa innovativa battaglia sarebbe riuscita a costringere il suo antagonista più forte a giocare in difesa e ad apparire molto ancien régime. A rarissimi spettatori interessati.

    Una situazione ai limiti del surreale, che motiva l’allarme esistenziale lanciato da un dirigente di lunga esperienza come l’ex capogruppo Luigi Zanda: «Il declino del Pd mi spaventa: è un pericolo per la tenuta dell’intero sistema politico». Il sindaco di Firenze Dario Nardella, che essendo il braccio destro del candidato segretario Bonaccini deve mostrarsi un po’ più ottimista, usa – da violinista – una metafora musicale: «Il Pd – dice – è come l’Incompiuta di Schubert, una sinfonia non completata». E, peraltro, pubblicamente eseguita solo dopo la dipartita dell’autore.

    C’è ancora più di un mese da aspettare, prima che l’Incompiuta si dia un nuovo segretario, e quindi – si spera – una linea politica. Nel frattempo gli avvoltoi girano sempre più bassi sulla sua lenta marcia nella savana. Giuseppe Conte, che conta sulle sponde interne sempre più succubi del sub-cultura grillina per riuscire, alle elezioni europee del 24, a spolpare la preda, lancia moniti: «Il dialogo con il M5s può esserci solo se ci sarà la convinta adesione del Pd ad un’agenda progressista», cioè – secondo lui – alla sua. Prova a rintuzzare l’opa Gianni Cuperlo, candidato di sinistra ma anti-Schlein: «Non vorrei che Conte pensasse che, di fronte alle difficoltà del Pd, il suo compito sia quello di cavalcarle per guadagnare un consenso necessario per trattare da una condizione di forza». Anche se tutti – tranne evidentemente il Pd, hanno capito che a M5s non importa nulla di trattare, ma solo di incamerare i loro elettori. Che il Pd medesimo, negli ultimi anni, si è masochisticamente adoperato a convincere che Conte fosse un leader progressista, e non un demagogo populista alla Trump.

    Ma nel limbo politico in cui si è autorelegato il Pd sono in pochissimi a dire cose di semplice buonsenso, come il fatto che non si può perseguire alleanza senza avere sintonia sui fondamentali. Mercoledì Pd e 5S si sono nettamente divisi sul decreto pro-Ucraina, e il dem Enrico Borghi ricorda: «Dopo quel voto non si può continuare a parlare di campo largo come se nulla fosse. Possiamo anche fischiettare e parlare di altro, ma una coalizione senza unità sulla politica estera non si può costruire. Sono cose essenziali».


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