• Draghi rimette il tetto agli statali. Ora è corsa per la terza tranche di aiuti

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    Mario Draghi ricostruisce il tetto agli stipendi dei vertici della Pa. Il giorno dopo l’approvazione di un emendamento – dalla genesi misteriosa e su cui si appuntano voci e illazioni di ogni tipo – che aveva abbattuto il limite dei 240mila euro per la retribuzione delle figure apicali di Palazzo Chigi e dei ministeri, è lo stesso premier a lanciare un segnale.

    Draghi fa sapere, tramite il suo staff, che il governo ha presentato un emendamento al dl Aiuti bis per sopprimere la norma. Il governo chiederà di votare l’emendamento salvo che le forze politiche all’unanimità non decidano di approvare l’ordine del giorno che dispone la soppressione dell’articolo nel dl Aiuti ter. L’idea di fondo, condivisa da tutte le forze politiche, è che far passare una misura di questo tipo, in maniera semi-occulta e sul crepuscolo della legislatura, avrebbe ulteriormente allontanato gli italiani dalla politica. Una tesi sposata anche dal capo dello Stato che avrebbe giudicato inopportuna la norma contenuta nel decreto Aiuti bis. Sergio Mattarella avrebbe espresso – in una conversazione proprio con il premier Mario Draghi – perplessità su una norma «inopportuna», soprattutto in un momento in cui gli italiani stanno faticando per la crisi energetica.

    Alla fine quasi tutte le forze politiche scendono in campo presentando emendamenti soppressivi. Lo fa anche Italia Viva ricordando con Maria Elena Boschi che «la disposizione era stata introdotta nel 2014 dal governo Renzi per stabilire una norma di ragionevolezza: nessun manager delle società pubbliche può avere uno stipendio più alto del presidente della Repubblica».

    Al di là delle rivendicazioni politiche, la questione si chiude senza intoppi con la commissione Bilancio della Camera che approva la soppressione della norma introdotta il giorno prima nel dl aiuti bis dal Senato. L’emendamento governativo che rimette il tetto generalizzato agli stipendi sarà votato oggi dalla Camera, e il decreto Aiuti-bis tornerà in Senato il 20, richiamando a Palazzo Madama senatori impegnati in campagna elettorale.

    Ma se un capitolo appare quasi chiuso, se ne apre subito un altro. Sì, perché nel caso del Dl Aiuti non c’è due senza ter. E il Parlamento si prepara a diventare a vivere l’ultimo confronto pre-elettorale in aula, in una giornata, quella di oggi, che si preannuncia calda politicamente e riporterà anche i leader sui propri scranni, per il nuovo provvedimento governativo – il dl Aiuti Ter appunto – che dovrebbe mettere in circolo 13,6 miliardi di euro. Giorgia Meloni, ad esempio, ha già fatto sapere che sarà al suo posto «per discutere delle disponibilità economiche per sostenere gli italiani e di quello che è necessario fare per risolvere le emergenze della nazione», una esigenza preminente anche rispetto a «una campagna elettorale importante e decisiva come questa. Perché difendere gli interessi degli italiani ha la priorità su tutto». Chi si schiera per uno sforamento di bilancio pesante per reperire risorse è Matteo Salvini. «Con meno di 30 miliardi la crisi non la argini. E parliamo di una cifra sottostimata. Si tratta di soldi a debito ma è un debito intelligente. Il tetto al prezzo a livello europeo non ci sarà, ci vediamo qui tra due mesi e ci scommetto un caffè che sarà così».


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