Due bimbi feriti dai russi curati in Bielorussia REPORTAGE

Mag 5, 2022

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    Succede in questa atroce guerra in Ucraina che chi spara e ferisce poi, a volte, soccorra.
        Valeria, 8 anni, e il suo fratellino di 6, Nazary, stavano aspettando la cena nella casa della prozia in un minuscolo villaggio di campagna a nord di Kiev, Stara Buda, quando i russi hanno aperto il fuoco nonostante la scritta “civili” ben visibile sul cancello verde. I due piccoli sono rimasti feriti e trasportati dagli stessi militari di Mosca in ospedale in Bielorussia, Paese alleato con gli invasori. Adesso la mamma Svitlana chiede aiuto all’Italia: “La bimba ha bisogno di proseguire le cure, portateci via”.
        “E’ successo tutto in 30 minuti”, racconta all’ANSA la prozia dei bambini Yanina, un’anziana contadina che quel 15 marzo sotto il fuoco dei russi ha perso il marito. Il corpo dell’uomo, crivellato dai colpi, è rimasto per tre giorni sul prato sotto una coperta prima che Yanina potesse dargli una prima sepoltura provvisoria. “Avevo paura che i cani lo mangiassero”.
        In casa c’erano in tutto 10 persone, una famiglia allargata fatta di nonni, zii, bambini. C’era anche un soldato ucraino ferito che vi aveva trovato rifugio. Yanina mostra i buchi lasciati dai proiettili nel muro, senza parlare. Gli spari hanno colpito la piccola Valeria alla gamba, spappolandole il ginocchio sinistro: “Aveva le ossa di fuori”. Il proiettile che ha raggiunto Nazary invece gli ha trapassato l’addome da parte a parte “per fortuna senza toccare organi vitali”, riferisce la zia Natasha.   

    Un anziano morto e due bambini gravemente feriti, il bilancio della mattanza. “Subito dopo i russi sono entrati in casa e con il loro medico si sono offerti di portare via i bambini per soccorrerli”, prosegue Yanina. E così, con il minivan blu di famiglia, la mamma e i due figlioletti feriti e terrorizzati sono stati portati a Ivankiv, in un ospedale da campo nelle retrovie per stabilizzare le condizioni dei piccoli.
       

       Ma non è bastato. “Se volete salvarli, dobbiamo portarli in Bielorussia”, è stata la raggelante offerta degli aggressori.
        “Ovunque va bene, basta che li salviate”, la risposta risoluta della mamma. Il giorno dopo Svitlana e i suoi bambini sono stati trasferiti in elicottero all’ospedale pediatrico di Gomel, accolti con un permesso da rifugiati. Da allora Valeria ha subito 4 interventi chirurgici alla gamba sinistra, dalla destra è stato prelevato un lembo di pelle. E solo il 5 aprile ha mosso i primi passi grazie a un deambulatore. “Sono stati curati e trattati bene.

    Dei volontari bielorussi li hanno aiutati con le necessità quotidiane, vestiti, giocattoli. Ma per due settimane la bimba non ha proferito parola, è servito l’intervento di uno psicologo”, dice ancora la zia in costate contatto telefonico con i tre, seppure sotto controllo. E mostra le foto di una bimba ferita nei corridoi di un ospedale, a stento in piedi col deambulatore, ma sorridente nella sua maglietta rosa con i Pokemon.
        Adesso l’ospedale vuole dimetterli e il permesso da rifugiati sta per scadere, con il rischio che rimangano bloccati in Bielorussia, spiega.

    “In Ucraina non li fanno tornare. Nazary è fuori pericolo, ma Valeria ha bisogno della riabilitazione, altrimenti rischia di non camminare o di rimanere zoppa”, è l’allarme della famiglia.

    Da qui l’appello all’Italia ad aiutarli a uscire dal Paese e raggiungere un luogo sicuro dove continuare le cure. “Mia nipote sogna di vedere il mare, non lo ha mai visto. Per confortarla le abbiamo detto che presto lo vedrà. Il mare italiano”. 
       


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