E la toga rossa Bruti Liberati scopre i mali delle Procure

Gen 5, 2022

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    Davvero, dottor Bruti, la giustizia trasforma il bianco in nero, e scambia il tondo per quadrato? «Io queste cose le sostengo da trent’anni. Se poi le ho anche messe in pratica, non sono io a poterlo dire».

    Sono le cinque di ieri pomeriggio, e Edmondo Bruti Liberati – ex leader di Magistratura democratica, ex presidente dell’Anm, ex procuratore della Repubblica di Milano – si trova a fare i conti con l’eco del lungo articolo a sua firma sulla Stampa: una paginata che parte dal caso di Angelo Burzi, l’ex consigliere regionale piemontese morto suicida a Natale, per affrontare nodi cruciali del rapporto tra giustizia, politica, società. E lo fa con durezza sorprendente soprattutto da parte di un uomo che ha vissuto per quarant’anni nei piani alti della magistratura organizzata, in un mondo dove il potere assoluto delle toghe è stato difeso con ogni mezzo.

    All’indomani del suicidio di Burzi, il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo ha diramato un comunicato che rivendicava a 360 gradi la linea seguita nelle inchieste e nel processo per la «Rimborsopoli» piemontese, ventilando addirittura l’incriminazione per vilipendio alla magistratura dei politici che avevano osato criticare la Procura. Scrive Bruti, dopo aver ricordato che siamo davanti a «una vicenda processuale che si trascina da oltre un decennio»: «Sono fuori luogo e sgradevoli le speculazioni politiche su questa tragica vicenda, ma ancor più la pretese di sottrarsi alle critiche fossero anche le più aspre. Non vi è autorità giudiziaria, per quanto elevata, che possa arrogarsi il compito di stabilire la verità e l’obiettività delle vicende e delle dinamiche come ha preteso il procuratore generale di Torino».

    È un passaggio chiave perché mette in discussione in un colpo solo due pilastri del potere delle toghe: la libertà di esternazione pressoché totale, e la presentazione della verità giudiziaria come verità assoluta. Soprattutto a questo secondo tema Bruti dedica le parole più pesanti: «La verità processuale potrebbe anche essere in contrasto con la realtà, con la verità e obiettività delle vicende». Il giudice deve giudicare, ricorda Bruti, e il suo ruolo va rispettato perché lo esige la «convivenza civile». Ma «ciò che secondo le regole del processo è stato definito nero nella realtà potrebbe essere bianco, e viceversa».

    È una rivoluzione copernicana rispetto a decenni in cui qualunque giudizio – politico, morale, persino storico – è stato condizionato dalle «verità» giudiziarie, e spesso ha dovuto cedere loro il passo. Ieri, di fronte all’impatto del suo articolo, Bruti ricorda gli interventi che in passato ha dedicato agli stessi temi. Ma invano, in quegli scritti, si cercherebbero affermazioni della nettezza e della pesantezza dell’articolo sulla Stampa.

    Maturazione, percorso critico, rivisitazione? «Non sta a me dirlo», dice ancora l’ex «toga rossa». Di sicuro quando Bruti, citando il Vangelo di Matteo («Non giudicate, per non essere giudicati»), invita i magistrati all’umiltà è difficile non ripensare al «pentimento» di un’altra figura storica della magistratura di sinistra, l’ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, arrivato – dopo decenni trascorsi sul banco dell’accusa – persino alla convinzione dell’inutilità del carcere. Come se l’età, la pensione, l’uscita dai corridoi e dai riti delle Procure, avessero aiutato entrambi ad aprire gli occhi su scenari inediti.


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