“È una parola fascista”. L’isteria rossa se la prende pure col “bivacco”

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Cortocircuito della sinistra a Napoli, dove da mesi l’amministrazione di centro-sinistra del sindaco Gaetano Manfredi litiga sul nuovo regolamento di sicurezza urbana e sulle norme anti-movida cittadine. Una parte della maggioranza lo contesta, infatti, perché vieta il “bivacco”. Come riporta Il Mattino, il regolamento, proposto dall’assessore alla Legalità Antonio De Iesu, ex questore di Napoli, si è arenato in Consiglio comunale. Il problema, appunto, è la parola “bivacco” utilizzata all’articolo 10 del Regolamento. “È vietato – si legge –il bivacco, ovvero lo stazionamento, anche occasionale, consumando cibi e o bevande, ove presenti sui sagrati dei luoghi di culto, dei monumenti e in prossimità di palazzi ed edifici di interesse artistico-monumentale“. Una semplicissima regola, comune in molte città italiane, per tutelare i beni artistici e i principali monumenti d’interesse. Una formalità.

“Via la parola fascista”

Il termine adottato in questi casi in varie municipalità, dalle più grandi alle più piccole, è proprio “bivacco”, che come riporta la Treccani, deriva dal francese, bivac (o bivouac) e dallo svizzero tedesco, biwacht. La stessa Treccani, sotto la voce “bivaccare”, fa degli esempi: “Ituristi bivaccavano in piazza San Marco; gli studenti bivaccavano davanti alla scuola, in attesa dei risultati degli esami”. Per l’estrema sinistra, tuttavia, la parola “evoca il discorso di Mussolini dopo l’assassinio di Matteotti”. Roba da non credere. Secondo Sergio D’Angelo e Rosario Andreozzi di Napoli solidale, cioè la sinistra, “si tratta di una forzatura lessicale – racconta Andreozzi, sempre al Mattino –evoca in qualche modo il discorso di Mussolini del 1925 dopo l’assassinio di Matteotti, bisogna trovare un altro vocabolo e mettere mano anche ad altri aspetti del Regolamento“.

D’Angelo sottolinea: “È vero che sono passati 7 mesi, ma il “Regolamento di sicurezza urbana” è arrivato in Commissione da pochi giorni e non c’è stato tempo per discuterlo come abbiamo fatto con quello che abbiamo approvato su proposta dall’assessora Teresa Armato sul commercio. C’è il problema della parola bivacco”, aggiunge, “che si porta con sè il ricordo del fascismo, tuttavia è anche un termine molto vago, cosa si intende per bivacco va definito meglio anche per aiutare i vigili urbani che poi devono sanzionare chi sgarra“. Che facciamo, dunque, aboliamo la Treccani perché usa il termine bivacco?

Delirio a sinistra

I dem s’adeguano ai fanatismi della sinistra radicale ossessionata dai fantasmi del Duce. Il consigliere del Pd, Pasquale Esposito, afferma infatti che la parola bivacco “va cambiata” poiché si tratta di un termine “equivoco per tanti motivi anche storici”. Il riferimento storico che la sinistra evoca è a quanto accaduto 16 novembre 1922, quando l’allora capo del governo Benito Mussolini pronunicò davanti alla Camera il suo primo discorso, passato alla storia come il “discorso del bivacco”. Un’argomentazione ridicola: cosa dovremmo fare, allora, di tutte le parole impiegate dal Duce? Eliminarle solo per compicere un fanatismo diventato caricaturale e grottesco? La parola esisteva prima del fascismo, veniva impiegata per descrivere la sosta all’aperto, di breve durata e per lo più notturna, di truppe in movimento, o di gruppi di persone in viaggio, durante una lunga marcia, ed è stata intercettata, solo in un secondo momento, dal fascismo. Ma qui siamo nei territori demenziali della cancel culture all’italiana. Parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è grave ma non seria.


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