Ecco i 10 errori di cui deve rispondere Conte

Una valanga di interrogazioni urgenti, dieci in tutto, per mettere alle corde il governo e ottenere, una volta per tutte, una risposta chiara sugli errori commessi nella gestione dell’emergenza sanitaria ed economica scatenata dalla pandemia. Dieci domande, quelle presentate dal deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, che esigono dal premier Giuseppe Conte e dal ministro della Salute Roberto Speranza altrettante risposte.

  1. lo scorso 16 febbraio, dopo aver decretato lo stato di emergenza a fine gennaio e aver assicurato che l’Italia era “prontissima” a fronteggiare una eventuale pandemia, il governo ha inviato 2 tonnellate di mascherine in Cina. “Avrebbe dovuto essere chiaro già allora – fa notare Bignami – che, se persino il principale produttore ed esportatore al mondo di mascherine si trovava in difficoltà, forse era il caso di evitare di privarsi di scorte preziose”. Nemmeno due settimane dopo, infatti, l’Italia aveva chiesto l’attivazione del Meccanismo europeo di protezione civile in quanto aveva già terminato tutte le scorte. Erano passati appena sette giorni dalla scoperta del “paziente 1”. “Chi ha deciso l’invio di tutte quelle mascherine in Cina?”, chiede ora il deputato di Fratelli d’Italia. “Sulla base di quali presupposti è stata presa una decisione del genere?”
  2. sin dall’inizio in città come Bergamo, Brescia, Cremona e Piacenza è subito apparso chiaro che i dispositivi di protezione individuali fossero del tutto insufficienti. A mancare non erano solo le mascherine e il materiale medico, ma anche i respiratori a cui attaccare i malati più gravi. A Taranto c’era un ospedale da campo della Nato, utile a fronteggiare una situazione come quella in cui ci trovavamo in quei giorni. Il Lussemburgo ne ha fatto richiesta e nel giro di ventiquattr’ore era già operativo. “Perché il governo italiano non ne ha chiesto l’attivazione? – vuole sapere Bignami – chi avrebbe dovuto presentare la richiesta?”
  3. non solo l’Oms, ma anche l’Unione europea hanno invitato gli Stati membri a dotarsi di un piano pandemico nazionale che deve essere costantemente aggiornato. Anche l’Italia se ne è dotata. Lo ha fatto nel 2006. Ma non lo ha mai aggiornato. Eppure, dal 2009 a oggi, gli appelli a migliorarlo sono stati molteplici. “Perché non si è proceduto a un aggiornamento puntuale del piano pandemico che avrebbe consentito di dare una risposta cogente e attuale alla pandemia in atto?”, chiede Bignami
  4. secondo Stefano Merler, l’assenza di un piano pandemico aggiornato ha comportato gravi conseguenze in termini di decessi e di conseguenze economiche. “Per quale motivo non si è provveduto ad adeguare il piano pandemico come prescritto dalle fonti normative e internazionali sopra citate? – si legge nell’interrogazione urgente presentata mercoledì scorso – quali iniziative siano state assunte nei confronti dei soggetti tenuti alla predisposizione e all’aggiornamento del piano che hanno mancato in questo compito?”
  5. il mancato aggiornamento del piano pandemico ha comportato conseguenze drammatiche che sono state evidenziate dallo stesso Comitato tecnico-scientifico. Peccato che lì siedono esperti che avrebbero dovuto aggiornare quello stesso piano. Quando a marzo l’Italia si è ritrovata in ginocchio, come si legge in un articolo pubblicato da Jama Network e tra i cui firmatari c’è anche Walter Ricciardi, “sia il contact tracing sia i test di laboratorio erano molto limitati” e il lockdown è stato adottato da Conte come “ultima misura cieca di disperazione”. L’interrogazione di Bignami punta ora a far emergere le conseguenze causate dall’assenza di un piano aggiornato e a capire perché l’esecutivo ha deciso di coinvolgere nella gestione dell’emergenza quelle stesse persone che hanno esposto il Paese a un tale pericolo

  6. rileggendo i documenti prodotti dall’Italia appare chiaro che dal 2006 in poi non è mai stato fatto nulla per farci trovare pronti a un’eventuale pandemia. Eppure le primissime mosse erano state fatte dopo la prima epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (Sars). “Per tre lustri – fa notare Bignami – si sono limitati a mere riconferme”. Perché non si sia andati oltre resta un mistero. Persino il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, ha dovuto ammettere che sono stati fatti “sforzi ciclopici per fare entrare la conoscenza scientifica in questioni” di cui nessuno si era mai occupato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: importantissimi parametri, che fissavano per esempio i numeri di operatori sanitari e posti letto, si sono rivelati inattuali. Perché, come evidenziato anche dall’Oms, “la pianificazione è rimasta più teorica che pratica”?
  7. il 17 gennaio si sarebbe tenuta una riunione convocata dal Centro europeo di prevenzione e controllo per le malattie infettive con i rappresentanti dei ministeri della Salute di tutti i Paesi europei. L’obiettivo era redarre un piano comune di misure preventive per contenere la diffusione dei coronavirus nel continente europeo con un focus particolare sulla gestione degli aeroporti. A quell’incontro, secondo un retroscena del Guardian, il rappresentante italiano non si sarebbe presentato in quanto non avrebbe letto la mail di convocazione. Se è vero che, come rivelato dal Fatto Quotidiano, l’uomo di Speranza era Francesco Maraglino, Bignami vuole sapere perché, “nonostante questa rilevante e grave mancanza, risulta essere componente del comitato tecnico-scientifico”. “Quali iniziative di competenza intenda assumere in relazione a questa assenza?”, chiede quindi sia a Conte sia al ministro piddì
  8. il 13 agosto ha fatto molto rumore un articolo del Guardian in cui si parlava di uno studio indipendente sulla cattiva gestione italiana della pandemia apparso sul sito dell’Oms il 13 maggio e scomparso nell’arco di ventiquattr’ore. Bignami vuole sapere da Conte se è vero che a fare pressioni affinché quello studio, poi ritrovato dai familiari delle vittime, sparisse nel nulla sarebbero stati dirigenti e funzionari del governo italiano. “Per quale motivo si è ritenuto di agire in questo modo?”
  9. nel manuale di gestione delle pandemie pubblicato nel 2017, l’Oms spiega che un piano pandemico aggiornato non serve solo a salvare delle vite ma anche a contenere quelle che possono essere conseguenze sociali ed economiche nel lungo termine. “In assenza di una pianificazione efficace – si legge – gli effetti di una pandemia a livello nazionale potrebbero eventualmente portare a perturbazioni sociali ed economiche, minacce alla continuità deiservizi essenziali, minore produttività, difficoltà nella distribuzione e carenza di forniture e di risorse umane”. Perché, dunque, il governo non si è impegnato a “rendere minimi il disagio sociale e l’impatto economico della pandemia”? Perché il ministero della Salute non ha fissato come “tassativi” questi obiettivi che si era dato?
  10. secondo le linee guida dell’Oms, “la trasparenza nella comunicazione è essenziale se si vuole che il pubblico si fidi delle autorità incaricate di gestire un’epidemia”. Tuttavia, come ricorda Bignami, diversi sindaci delle zone più colpite dalla pandemia hanno avviato o appoggiato campagne contro il lockdown. “Appare evidente che né le istituzioni territoriali né la popolazione – scrive il deputato di Fratelli d’Italia – erano state adeguatamente informate sulla situazione che si stava delineando”. Ancora oggi i verbali del Ctc su cui si fondano i Dpcm emanati dal governo possono essere consultati solo 45 giorni dopo. E questo benché i Dpcm abbiano una durata massima di trenta giorni. “Se il governo era a conoscenza della situazione di rischio verso cui si andava incontro – chiede quindi Bignami – per quale motivo non si è ritenuto di informare sul modo in cui l’Italia si stava approcciando alla pandemia?”.



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