Fare i conti con la fine d’anno rileggendo Montaigne

Dic 30, 2021

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MICHEL DE MONTAIGNE,”FILOSOFIA COME ARTE DI VIVERE” (FAZI, pp. 258 – 15,00 euro – Traduzione di Federico Ferraguto) – ANTOINE COMPAGNON, ”UN’ESTATE CON MONTAIGNE” (ADELPHI, pp. 136 – 12,00 euro – Traduzione di Giuseppe Grimonti Greco)

Un letterato e poeta fine come Franco Marcoaldi dice di non avere dubbi sul fatto di trascorrere gli ultimi giorni dell’anno, giorni di bilancio, riflessioni e conti con se stessi, con un libro e un autore precisi, Michel de Montaigne e i suoi ”Essais” (Saggi), brevi scritti dai titoli più vari: ”Della tristezza”, ”Dei bugiardi”, ”Dell’età”, ”Della coscienza”, ”Del pentirsi”, ma anche ”Come l’anima riversi le sue passioni su oggetti falsi quando i veri le vengono a mancare” o ”Se il comandante di una piazzaforte assediata debba uscire per parlamentare”. Tutto preceduto da una nota introduttiva in cui si precisa: ”Questo, o lettore, è un libro sincero … Voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale quotidiano, senza né affettazione né artificio”, concludendo ”così, lettore, sono io stesso la materia del mio libro e non c’è ragione che tu spenda il tuo tempo su un argomento tanto frivolo e vano”. Tanto che è proprio questa consueta introspettiva intimità in cui finiamo per ritrovarci anche noi con semplicità e senza infingimenti, scoprendo perché in uno dei pensieri finali, in cui si legge: ”Tutta la filosofia morale si applica benissimo a una vita comune privata, come a vite di più ricca sostanza: ogni uomo porta in sé la forma intera della condizione umana”.

Non si può così non concordare con Marcoaldi a proposito di questi scritti pubblicati tra il 1580 e il 1595, circa 450 anni fa, eppure così moderni, forse addirittura che risuonano in maniera più diretta e coinvolgente con noi oggi di quando furono scritti, nella torre biblioteca in cui Montaigne si ritirò a leggere i classici e scrivere a 38 anni, dopo una vita impegnata e con incarichi pubblici. Così le sue pagine non sono solo frutto di un pensiero contemplativo e introspettivo ma anche di uno sociale e politico, nato in un periodo di transizione e cambiamenti profondi, in cui il nostro tempo può ritrovarsi. E poi c’è lo stile, privo di retorica strumentale e di artifici dialettici per cercar di convincere, ma un riferire, raccontare, argomentare, divagare in libertà e semplicità, che non vuol dire superficialità o facilità, ma verità intima e personale che diviene naturalmente universale e con cui ci è naturale confrontarci. I suoi sono temi senza tempo, come l’amore, l’amicizia, la vanità, la bellezza e, particolarmente interessanti in questi tempi di pandemia, la salute e la malattia che per il nostro non hanno confini precisi ma sono diversi momenti della vita e della natura umana. Montaigne in ogni caso se la prende con i medici, che dice non sanno quello che fanno, tranne i chirurghi che vanno alla radice del male e la eliminano, senza perdersi in congetture.

Diciamo che Montaigne ”esagera”, come scrive Antoine Compagnon, spiegando che ”all’epoca sua la medicina è rozza e inaffidabile, così che c’erano ottime ragioni per diffidarne”, specie visto che non sapeva proprio che fare per i suoi dolorosi calcoli renali. Compagnon, docente alla Sorbona e al College de France, ha scritto un piccolo, bel libro che può aiutarci a entrare nel mondo e nelle riflessioni dei Saggi, ”Un’estate con Montaigne”, che raccogli 40 brevi conversazioni radiofoniche sugli stimoli del maestro su temi senza tempo che riguardano la vita intima e civile di ognuno. Esistono varie edizioni complete dei ”Saggi” di Montaigne, a cominciare da quella Bompiani a cura di Fausta Garavini e André Tournon, ma oggi per un primo approccio c’è quella edita Fazi a cura di Federico Ferraguto, che esce in vari volumi e raccogliendo i Saggi su base tematica. L’ultimo uscito è particolarmente adatto per le nostre intenzioni di fine e inizio anno, ”Filosofia come arte di vivere”, cui vanno aggiunti gli altri: ”Coltiva l’imperfezione”, ”La fame di Venere”, ”Sopravvivi all’amore”, ”Scopri il mondo” e ”Costruisci te stesso”, capaci di far mettere in discussione noi stessi e i diversi aspetti del nostro esistere. Montaigne ci fa capire che la costruzione di sé non può essere teorica. Non sono gli insegnamenti o i ragionamenti a motivare le nostre azioni, ma è l’esperienza che forma il nostro spirito allo stile di vita che abbiamo scelto. Filosofare, perciò, non significa solo pensare in termini astratti, ma elaborare l’esperienza, o disporla dandole un ordine che riteniamo efficace. ”Vivere è il mio mestiere e la mia arte – scrive Montaigne – Chi mi proibisce di parlarne a partire da quello che sento, dall’esperienza e dall’uso che ne faccio, dovrebbe chiedere a un architetto di parlare degli edifici non secondo se stesso, ma secondo il suo vicino, cioè secondo la scienza di un altro, non secondo la sua”. Per Compagnon, il pericolo con Montaigne è di cadere in una lettura moralistica, superficiale, estrapolando pensieri in forma di aforismi o frasi ad effetto, mentre quella che deve prevalere è la ”dimensione interrogativa di questi scritti, che è la più convincete e attuale. I libri dovrebbero renderci perplessi, farci dubitare e non fornirci risposte belle e pronte”, insomma costringerci a pensare. 


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