• Fastidio al Quirinale. Il presidente resta fuori dalle risse da arbitro neutrale

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    Irritazione? Se c’è, non si vede. Fastidio allora, o almeno stupore, perché i partiti continuano a metterlo in mezzo in maniera impropria? Se c’è, non se ne parla. Eppure stavolta la strattonata arriva dal suo di partito, il Pd, con Enrico Letta che sostiene come il piano del centrodestra sia quello di cacciarlo via con una riforma presidenzialista. «Vogliono mandarlo a casa». Ma l’ipotesi rimbalza sul Colle senza che nessuno faccia un plissé. Il presidente è più che saldo, dicono, «è attivo». Eccolo infatti volare a Tirana per dare la linea sulla politica estera attuale e futura: «LItalia ritiene necessario mantenere una forte pressione attraverso le sanzioni per superare la sciagurata iniziativa bellicista scatenata dalla Russia». È l’unica strada, spiega, «per aprire spiragli di dialogo e favorire soluzioni condivise di pace».

    Dunque in Albania Sergio Mattarella si fa garante della eventuale transizione e del rispetto degli impegni internazionali del Paese, qualunque sia il colore e la composizione del governo che uscirà dalle elezioni. Un garante appunto, non un passante in attesa di essere mandato a casa, e già questa è di fatto una risposta istituzionalmente forte all’allarme lanciato dal segretario del Pd. Al quale, dal punto di vista politico, ha replicato senza troppi giri di parole pure Carlo Calenda: «Sono tutte fesserie».

    Il presidente della Repubblica e stato rieletto soltanto pochi mesi fa, dopo una lunga serie di voti che hanno dimostrato come il bis fosse l’unica soluzione possibile. Certo Mattarella, convinto che «già sette anni sono troppi, figuriamoci quattordici», ha accettato quasi controvoglia, per spirito di servizio. È anche vero che ogni tanto qualcuno butta lì la possibilità che il capo dello Stato, eletto da un Parlamento diverso, di fronte a uno scenario politico trasformato possa un bel giorno decidere di abbandonare, tanto più dopo la riforma che ha ridotto da quasi mille a seicento i deputati e i senatori, e a maggior ragione se l’Italia diventerà mai una repubblica presidenziale in cui i poteri di Palazzo Chigi si sommano a quelli del Quirinale. Ma siamo nel campo delle ipotesi. Mattarella non si è dimesso dopo la marea grillina, ha battezzato governi di tutti i tipi, non si spaventerà in caso di affermazione del centrodestra. Senza contare che, in caso di vittoria, Giorgia Meloni avrà bisogno come il pane dell’ombrello istituzionale di Mattarella. I mercati, l’Europa, gli Usa, gli industriali: non sarà facile se pure il Quirinale si mette di traverso.

    E il Colle, come sempre, vuole tenersi fuori dalla rissa. Pur di non entrare nella campagna elettorale e mantenere il suo status neutrale, dieci giorni fa Mattarella ha evitato qualunque tipo di precisazione alle parole della Meloni: se vinco, aveva detto Giorgia, il Quirinale mi deve dare l’incarico. Può sembrare un’ovvietà, in realtà tra i poteri del capo dello Stato c’è quello di scegliere in maniera autonoma e senza automatismi la persona che ritiene più idonea a guidare il Paese, in base alla maggioranza che si forma. Non sempre il profilo coincide con quello del leader del partito più votato. Un esempio? Giovanni Spadolini.

    Una settimana e mezzo dopo, lo strappo ben più grave di Letta. «Con una maggioranza larga – avverte il segretario del Pd – possono cambiare la Costituzione da soli e cacciare Mattarella, come ha fatto intendere Silvio Berlusconi. In Italia oggi presidenzialismo significa pieni poteri». Paura, stress da sondaggi negativi, movimenti strani al Nazareno per sfilargli la poltrona. Ancora una volta Enrico non sta sereno, tira in ballo a sproposito il presidente e, come rilevano diversi osservatori, mina la terzietà dell’istituzione. Che fine ha fatto il leader mite? E il Pd sempre schierato a difesa del Quirinale, dov’è sparito?

    Mattarella non gradisce però non commenta. Piuttosto, citando la Nato si preoccupa che nessuno (Salvini?) abbia in mente di scostarsi dalla linea europea e occidentale. «La guerra continua a destare grandissima preoccupazione. L’Italia mantiene il proprio sostegno per l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina». E sulla crisi energetica invita a «un ripensamento collettivo» perché è di questo che la gente soffrirà, «la vera sfida».


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