• Formigli fa il processo alla Meloni (assente in studio)

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    A PiazzaPulita su La7 va in onda il processo a Giorgia Meloni. Per una larghissima fetta della scorsa puntata condotta da Corrado Formigli i fari sono stati puntati sul leader di Fratelli d’Italia che, ovviamente, non c’era. Dalla passerella degli antagonisti, alle strane e sottese equazioni Meloni uguale Orban uguale Putin uguale neonazismo, lo show ha assunto dei toni davvero grotteschi.

    Nel monologo di apertura, Formigli ci ha tenuto a specificare di aver invitato la Meloni o altri esponenti del suo partito, senza ricevere risposta. Un veto notorio e risaputo, slegato dal contenuto della puntata singola e dalla campagna elettorale in generale ma dovuto all’ormai nota inchiesta di FanPage rilanciata da PiazzaPulita sulle presunte trame nere e i collegamenti tra il partito della Meloni e il mondo della destra eversiva e nostalgica. Un’inchiesta basata su mesi di riprese con telecamere nascoste e sul ruolo sotto copertura del reporter di FanPage.

    Da allora, visti i metodi non così ortodossi e men che meno deontologici utilizzati per dimostrare sostanzialmente nulla, la Meloni aveva giurato che non avrebbe più parlato con Formigli. Ma per il frontman dovrebbe essere “acqua passata”, e quindi ha inoltrato nuovi inviti alla Meloni perché: “Se lei guidasse l’Italia ci dovremmo fare alcune domande”. A cosa sia riferito il plurale maiestatis non si sa, ma per fortuna subito dopo Formigli torna alla prima persona singolare: “Ho notato un cambiamento forte nelle ultime settimane. Toni atlantisti, europeisti rassicuranti. Un cambiamento repentino e stupefacente”. Una premessa utile per introdurre la mazzata: “Ma non riesco a togliermi dalla testa un video del settembre 2019. Vediamolo”.

    Formigli manda in onda spezzoni dell’intervento che alla fine dell’ultima estate pre-pandemica il Primo ministro ungherese Viktor Orban tenne ad Atreju, lo storico festival organizzato dai giovani di Fratelli d’Italia all’Isola Tiberina di Roma. In quell’occasione l’accoglienza riservata ad Orban fu parecchio entusiastica. Formigli, però, come al solito esagera, dicendo: “È sempre stato il suo idolo, il suo modello politico”. Una valutazione già di per sé sbilanciata, specie se basata semplicemente su quella edizione di Atreju. Nel festival di FdI si alternano da sempre leader politici italiani e internazionali di ogni estrazione. I principali sono, ovviamente, accolti con enfasi. Nel caso di Orban, che della Meloni è stato certamente un interlocutore importante nel corso degli anni, l’accoglienza era dovuta al fatto che ospiti come lui stessero a significare la grande crescita della caratura dell’evento e, allo stesso tempo, la convergenza comune nella repulsione dell’Unione sovietica come soggetto storico-politico. Formigli, però, in un fiume di detto e non detto, utilizza quel frame per rispolverarne uno del lontano 2014 (!) in cui Orban spiegava il suo concetto di “democrazia illiberale”. Da lì, il collegamento successivo è fin troppo scontato: Vladimir Putin.

    Completata l’equazione, Formigli chiede: “Anche lei sul valore della democrazia liberale la pensa come Orban? O la pensa come la pensa Draghi e come la pensiamo in Occidente?” Qualcuno dovrebbe ricordare a Formigli, comunque, che l’Ungheria è in Ue ed è un alleato Nato. Dunque, l’Ungheria è Occidente. Per di più, nei vari spezzoni tagliati e cuciti dei discorsi di Orban, uno dei più recenti riguarda un suo intervento al CPAC, il più importante festival dei conservatori… americani. Quando si parla di Ungheria e dello stato della democrazia in Ungheria, infatti, si tende sempre ad omettere che Orban interloquisce sì con la Russia di Putin, ma anche con gli Stati Uniti, con i repubblicani americani e con i conservatori americani. Tanto che l’ultimo CPAC è stato organizzato in via eccezionale fuori dagli USA proprio a Budapest. Se l’Ungheria fosse un problema per l’Occidente, a Washington probabilmente lo saprebbero.

    Inoltre, Formigli nella sua disamina accenna appena ad un altro aspetto che invece non è secondario, e sarebbe di per sé sufficiente a smontare tutto l’impianto accusatorio: i rapporti tra Fratelli d’Italia e Fidesz, per varie congiunzioni, sono attualmente ai minimi storici. Da almeno due anni. Questo perché chiunque si intende di politica, eccetto Formigli, sarebbe in grado di capire che le interlocuzioni dei partiti anche a livello internazionale cambiano, si evolvono, vivono di equilibri momentanei e di reti momentanee. Proprio come accade a quel Partito democratico a cui Formigli vuole tirare la volata elettorale e a cui tutto è sempre concesso pur di “salvare la democrazia”. Lo stesso che negli ultimi 10 anni si è alleato con qualsiasi partito dell’arco costituzionale eccetto Fratelli d’Italia. Il segretario dem, Enrico Letta, non a caso è giunto in studio in pompa magna dopo la lunga intervista alla scrittrice ungherese Edith Bruck, sopravvissuta all’Olocausto.

    Letta, è stato definito proprio dalla Bruck una “persona onesta, civile, educata e troppo signore” in un momento storico in cui secondo lei vince chi strilla e c’è il rischio che la Meloni, “figlia di quel liquido amniotico [quello del fascismo, NdR], ma poi non torna quello che è stato, bensì più soft”, possa arrivare al governo perché la sinistra, o meglio, tutti i partiti a parte quelli di destra, non ha formato il campo largo. Quello che la Bruck auspicava, dopo i suoi rispettabilissimi e incisivissimi interventi sul valore della memoria storica e della lotta al razzismo e alla discriminazione che però per qualche motivo vengono ancora associati in modo a volte sotteso a volte palese alla Meloni e al suo presunto cordone ombelicale con Orban, bacchettando proprio Letta.

    Il leader del Pd, che sarà anche il “signore” di cui sopra ma nessuno in studio si è mai sognato di soffermarsi mezzo secondo sulle sue frasi contro la Polonia “Paese di serie B in Europa”, una realtà tranciata in due dal nazismo e dal comunismo, violentata più di tutte durante la Shoah e ora in prima linea nel sostegno all’Ucraina contro la Russia, dapprima incolpa tutti gli altri del fallimento del suo progetto federativo “alla francese” per ammucchiare chiunque pur di non far vincere la Meloni (“Chiedete a Calenda perché l’accordo è saltato”, “Conte e il M5S hanno fatto un voltafaccia”), come se la diplomazia e la persuasione non fossero caratteristiche che dovrebbe avere un leader politico, poi sceglie di fissare la camera, attirare le luci su di sé e dire: “Lo dico qui, non ci alleeremo mai con la Meloni”.

    Una frase davvero ad effetto, se non fosse per un piccolo dettaglio: Letta da Presidente del Consiglio, e il Pd in generale negli anni del suo esilio francese, hanno fatto alleanze davvero con chiunque. E se ora possono permettersi di dire “mai con la Meloni” è solo perché è stata la Meloni, quasi 10 anni fa, a dire per prima: mai col Pd. Quindi, se Letta non potrà fare ticket con FdI non è perché la leader di FdI è una minaccia per la democrazia liberale, ma perché sono i vertici di FdI che non lo vogliono.


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