Francesca Fialdini, racconto storie oltre i pregiudizi

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“Continuiamo sulla stessa strada: vogliamo divertire, perché è pur sempre domenica, raccontando però al contempo la realtà. Il mio percorso professionale è questo e non lo voglio dimenticare mai”. Non cambia obiettivi Francesca Fialdini, conduttrice e giornalista, pronta ad affrontare storie vere e temi d’attualità alternando lo sguardo leggero a un approccio profondo e non convenzionale nel suo “Da noi… a ruota libera”, in onda dal 18 settembre su Rai1 alle 17.20. Realizzato in collaborazione con Endemol Shine Italy, e reduce dal successo delle scorse edizioni, il programma offre spunti di interpretazione della società attraverso le cadute e le risalite degli ospiti in studio, scelti tra volti noti e non. “Parlare con le persone famose o con quelle sconosciute non implica una scala di valori, siamo tutti uguali e tutti nella stessa situazione. Quindi di fronte alle difficoltà, quando non stiamo bene nei nostri panni, dobbiamo trovare la forza anche di fregarcene del pensiero altrui, di quello che ci impone la società, della visione perbenista e conformista”, racconta in un’intervista all’ANSA la conduttrice, che a fine ottobre tornerà anche al timone di “Fame d’amore” in seconda serata su Rai3, “quando riusciamo a farlo allora la ruota gira per il verso giusto. Andare a ruota libera non significa fare quello che ci pare, ma trovare una strada di libertà verso ciò che ci rende felici”. “Anche quest’anno avremo personaggi scomodi”, prosegue, “ogni persona è un mondo a parte: non devono esistere barriere ideologiche, morali o culturali che ci impediscano di trovare la nostra strada”. In questa edizione, anche in considerazione del delicato contesto italiano e internazionale, l’attualità tornerà a essere protagonista. “Sembra che non si possa avere tregua, per questo racconteremo cosa succede, perché dobbiamo sintonizzarci con il clima che c’è fuori dalla tv, con l’umore di chi ci segue”, spiega, “durante il covid abbiamo capito che molti hanno messo in stand by il proprio lavoro, sono rimasti senza stipendio e si sono dovuti reinventare. Quelle storie le abbiamo raccontate e probabilmente anche ora andremo incontro a storie di questo tipo: lo stiamo già vedendo, con attività commerciali che sono in ginocchio, costrette a fare scelte dolorose nei confronti dei dipendenti. Ma raccontare il Paese significa anche dare conto di tutte quelle energie positive che metteremo in campo per uscire dalle difficoltà”. Su Rai3 proseguirà il suo impegno con “Fame d’amore”: quanto c’è da fare per aiutare i ragazzi che soffrono di disturbi alimentari? Nelle scorse settimane è scoppiata la polemica perché si è parlato con un termine inappropriato di “devianze”. “Dobbiamo imparare a resettare il linguaggio e a programmarne un altro: la polemica dei giorni scorsi ce lo ha insegnato, e noi a Fame d’amore ne siamo convinti da sempre. Forse non abbiamo capito la profondità del disagio, che probabilmente è la parola più adatta per poter parlare di disturbi psicologici e psichiatrici”, spiega Fialdini, “quando si rompe qualcosa dentro di noi, quando cioè non siamo a nostro agio appunto, nascono dei traumi da cui a volte derivano problematiche fisiche che ci mettono al muro, incapaci di reagire. La sanità deve riorganizzarsi in maniera seria attorno a questi temi, non solo elargendo risorse ma distribuendole bene, andando a formare dei professionisti e mettendo le cliniche esistenti nelle condizioni di poter dare davvero una mano a questi ragazzi, altrimenti non ne usciamo”. “Ma noi giornalisti e comunicatori dobbiamo metterci in testa che se accadono ancora questi disguidi sul piano linguistico è perché forse dobbiamo insistere ancora di più sulle parole giuste da usare quando si parla di problemi così profondi”, aggiunge. “Quest’estate noi abbiamo perso una ragazza di Fame d’amore, Giada, che si è tolta la vita”, afferma commossa, “se è successo ciò, da parte poi di una ragazza che mai avremmo pensato potesse fare questo gesto, forse allora è mancato qualcosa, o qualcosa si è rotto: Giada non si è sentita sufficientemente supportata nel suo percorso terapeutico. Ecco perché indagare sulla sua vita e sulla sua fine significa fare luce sulle tante Giada d’Italia”.


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