Fuori i nomi, basta pizzini

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Fuori i nomi e le prove, perché se qualche politico del nostro Paese è stato condizionato o è sotto il ricatto per finanziamenti ricevuti dalla Russia, cioè da una potenza straniera con la quale per di più siamo in conflitto, è giusto che l’opinione pubblica italiana sappia.

Ma se quei nomi non ci sono, se si tratta solo di congetture, se quel rapporto degli 007 a stelle e strisce, inviato dal dipartimento di Stato Usa a cento ambasciate americane, serve solo a proiettare ombre e lanciare sospetti alla vigilia delle prossime elezioni, allora è meglio stendere un velo di silenzio su un’operazione che rischia solo di inquinare il voto. Sempreché si voglia salvaguardare il nostro sistema democratico.

Su questo Giornale, già mesi fa, avevo sostenuto che con le lancette della Storia riportate 70 anni indietro i costumi dell’epoca sarebbero tornati in auge. Era prevedibile che le due guerre – quella combattuta in Ucraina e quella ibrida tra l’Occidente e le autocrazie – avrebbero scatenato le intelligence di mezzo mondo. Solo che non mi sarei mai immaginato che non sarebbero state rispettate le forme e gli stili a cui si ispirava la guerra fredda. Un tempo i servizi segreti avrebbero veicolato quel dossier su qualche giornale d’oltreoceano o nel nostro Paese. In questa occasione, invece, è sceso in campo addirittura il segretario di Stato, Antony Blinken, che per dare notizie – alquanto generiche – ha scelto un momento, almeno per quanto riguarda l’Italia, per nulla «neutro»: la vigilia delle elezioni.

Si tratta di un comportamento del tutto inedito e per molti versi discutibile. Anche perché innesca meccanismi che potenzialmente possono condizionare il voto. Quel dossier per ora, infatti, è servito solo ad alimentare una caccia alle streghe utilizzata per fini elettorali e per dare la stura a illazioni che non hanno alcuna base logica, come quelle a cui si è lasciato andare l’ex ambasciatore Usa alla Nato, Kurt Volker. Come si fa a sostenere sotto il cappello «non ho prove dirette personali» questa singolare tesi: «Fratelli d’Italia è cresciuta in maniera straordinaria nell’ultimo anno. Ciò obbliga a porsi domande su quali sono le fonti dei loro finanziamenti, delle posizioni prese e dell’aumento della popolarità»? Un ragionamento surreale, perché fa passare l’idea che nel successo o nel fallimento di un partito la politica e le leadership non contino nulla. Come pure certi riferimenti ai rapporti tra Berlusconi e Putin o tra Salvini e la Russia, nascono da suggestioni non suffragate da prove e rimuovono del tutto il «fatto» che senza i voti di Forza Italia e della Lega Draghi non avrebbe potuto inviare le armi all’Ucraina, né aderire alle sanzioni contro il Cremlino.

Ora, al di là dell’Atlantico chiunque può avere le sue simpatie, può avere dei dubbi su un governo di destra, dimenticando che nelle liste del Pd c’è anche chi in maniera coerente (Fratoianni) ha votato contro le armi a Kiev e le sanzioni sempre. Ognuno è libero di pensarla come vuole. Pure a Washington. Non si possono però strumentalizzare le ombre o, peggio, recapitare «pizzini». Ecco perché chi ha lanciato il sasso che ha agitato lo stagno della campagna elettorale italiana avrebbe l’obbligo di dire tutto ciò che sa, a cominciare dai nomi: in questo caso farebbe un buon servizio agli elettori. O altrimenti, nel rispetto dell’alleanza indissolubile che ci lega come Paesi (e per evitare boomerang) farebbe meglio a tacere.


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