• Gabrielli smonta il caso dell’ingerenza di Mosca “Niente rubli ai partiti”

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    Due rapporti sul rapporto, e in conclusione nessuna ingerenza russa su partiti o politici italiani. Si sgonfia il caso del dossier Usa che analizza i finanziamenti del Cremlino 300 milioni di dollari negli ultimi 8 anni, diretti a due dozzine almeno di funzionari o partiti politici di Paesi stranieri finalizzati ad aumentare l’influenza all’estero di Mosca. L’esistenza del report Usa, rivelata dal Washington Post pochi giorni fa, aveva scatenato una ridda di insinuazioni incrociate nel cuore degli ultimi giorni di campagna elettorale. Nel mirino erano finiti, per i pregressi rapporti intrattenuti con la Russia, M5s e Lega, nonostante le smentite immediate da parte di Conte e di Salvini di aver mai preso un rublo da Mosca o da Putin, tantomeno per fare da sponda a tentativi di interferenza russa sulla nostra democrazia. Ad alimentare i dubbi su dazioni moscovite a partiti italiani erano stati negli ultimi giorni anche leader politici come il segretario dem Enrico Letta e il ministro degli Esteri Di Maio, con quest’ultimo che si era spinto a ipotizzare l’arrivo di un secondo dossier da Oltreoceano.

    Ieri, però, questa ipotesi è stata smontata due volte. Prima nel corso dell’audizione al Copasir dell’autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli. Ma a San Macuto, spiega il presidente del Copasir Adolfo Urso al termine dell’incontro, «sono stati forniti elementi riguardanti le recenti dichiarazioni rese dall’amministrazione Usa in ordine alle attività di ingerenza russa nei processi democratici di diversi Paesi, dai quali non sono emersi profili concernenti la sicurezza nazionale del nostro Paese». Gabrielli parlando al Copasir cita due relazioni, una del Dis di Elisabetta Belloni e una dell’Aise di Giovanni Caravelli, dedicate al rapporto americano, spiegando come da entrambe, frutto di un interscambio informativo con l’intelligence americana, non sono emersi riferimenti a partiti o a politici italiani.

    Se l’intervento di Gabrielli non fosse bastato, a ribadire il concetto arriva lo stesso premier Draghi, che in conferenza stampa chiude la vicenda: «Ho avuto una telefonata con Blinken – racconta e la cosa più naturale era chiedere cosa sapessero. Lui mi ha confermato l’assenza di forze politiche italiane nella lista di chi ha beneficiato di fondi russi. Successivamente, come riferito da Gabrielli, i vertici dei servizi segreti italiani hanno avuto contatti con gli omologhi negli Stati Uniti e l’intelligence Usa ha confermato di non disporre di alcuna evidenza di finanziamenti russi a candidati che competono nell’attuale tornata elettorale».

    Insomma, molto rumore per nulla. Al netto dell’ipotesi avanzata da Repubblica che i riferimenti all’Italia siano presenti in un secondo rapporto del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Usa che sarebbe ancora classificato, e del quale quello diffuso alle ambasciate sarebbe una mera sintesi. Ma se il dossier principale è classificato, ci sarebbe forse da interrogarsi sul perché siano stati fatti filtrare i rumors su riferimenti al nostro Paese a una decina di giorni dal voto.

    Restando ai fatti, invece, la bolla da campagna elettorale si è sgonfiata. «Mi pare di poter dire che il caso è chiuso, e non si sarebbe dovuto neanche aprire», sintetizza Urso, archiviata l’audizione con Gabrielli, offrendo un assist a Salvini. Che non perde tempo e spara sui denigratori. «Nessun partito italiano aiutato dalla Russia, tutte balle spaziali», ringhia il leader del Carroccio: «Lo confermano governo e servizi. Letta, Di Maio, Calenda, Bonino, sinistri, giornalai e pseudointellettuali vari, dopo il fango aspetto le scuse. E intanto querelo».


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