• Gadda e la guerra, i taccuini inediti

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    (di Paolo Petroni) (ANSA) – ROMA, 25 GEN – CARLO EMILIO GADDA, ”GIORNALE DI
    GUERRA E PRIGIONIA” (ADELPHI, PP. 626 – 35,00 EURO – Nuova
    edizione accresciuta a cura di Paola Italia). Chi ama la
    scrittura e la narrazione di Carlo Emilio Gadda ben conosce le
    diverse scritture per esempio di ”Quer pasticciaccio brutto de
    Via Merulana” o de ”La cognizione del dolore”, per limitarci
    ai suoi due capolavori più conosciuti. E’ infatti un autore di
    grande ricchezza che non finisce di sorprendere e ogni nuova
    edizione di una sua opera ha davvero quasi sempre una nota di
    novità, visto il continuo lavoro che viene fatto sui suoi
    archivi e manoscritti. Qualcosa di più, il ritrovamento di sei
    taccuini inediti e sconosciuti, ritrovati nella biblioteca di
    Alessandro Bonsanti, rendono di gran rilievo questa riproposta
    del ”Giornale di guerra e prigionia”, già più volte
    arricchito, dopo la prima edizione del 1955, che esce ora, alla
    viglia dei cinquanta anni dalla morte dell’autore, avvenuta il
    21 maggio 1973.
        ”Nessuna preoccupazione letterario e cura nel redigere
    quanto scrivo qui”, ribadisce anche nel novembre 1918, a
    proposito di queste pagine, non letterariamente atteggiate come
    saranno quelle poi di Comisso, Soffici o Stuparich, ma diario in
    presa diretta di quell’esperienza eccezionale, sua iniziatica
    cognizione del dolore. Ma sono comunque da considerare la prima
    vera prova di scrittura di Gadda, che vi lavorò dal 24 agosto
    1915 sino alla disfatta di Caporetto e poi al suo finire
    prigioniero in Germania nell’ottobre del ’17 soffrendolo come
    fallimento personale e infine il ritorno in patria a fine 1919.
        ”Opera profonda e potente che appartiene a pieno titolo alla
    grande letteratura di guerra”, scrive la curatrice Paola
    Italia, e che non è ”come inizialmente si è ritenuto, una prova
    generale della sua narrativa (che prende avvio proprio durante
    la prigionia), ma un’opera in sé, originalissima e autonoma” e
    anche ”eccezionale documento storico”.
        In trincea certo, ma soprattutto in prigionia la scrittura è
    per lui una forma di resistenza e libertà. I nuovi taccuini
    rivelano infatti come quel laboratorio letterario che è sempre
    sembrato questo ”Giornale”, lo divenisse in forma cosciente e,
    accanto a quella sezione che comincia a chiamare ”Vita notata.
        Storia” legata alla cronaca e al reale, nascessero anche parti
    intitolate ”Pensiero notato. Espressione” fatte di invenzioni,
    riflessioni, percezioni, confronti sullo scrivere e il lavoro
    artistico, come quelle sul rapporto con Bonaventura Tecchi e su
    un racconto di Ugo Betti – suoi compagni di prigionia – datate
    tra novembre e dicembre 1918. Riflette, per esempio, che ”un
    solo aspetto di un individuo… non dice niente della sua
    personalità” e ”soltanto la comprensione di tutta la sua vita
    può avere carattere di relativa unità e di relativa
    personalità…. ecco perché la torbidezza di questo diario
    somiglierà in parte alla complessità, cioè alla torbidezza,
    della vita”.
        A leggere queste pagine, affascinanti, con lui che è partito
    per una guerra che definiva ”necessaria e santa”, si passa
    quindi dall’entusiasmo all’aspra delusione per l’impreparazione
    italiana, dal desiderio di coraggio alla scoperta di quel che
    chiama la natura degli italiani di cui arriva a scrivere che
    sono ”Asini, asini, buoi grassi, pezzi da grand hotel, avena,
    bagni, ma non guerrieri, non pensatori, non costruttori;
    incapaci di osservazione e d’analisi, ignoranti di cose
    psicologiche, inabili alla sintesi” quando non sono anche
    imboscati capaci di attrare la sua rabbia più feroce (”che
    vedano i loro figli scannati a colpi di scure”) con quella
    verve, quella profonda insofferenza da cui scaturisce
    l’invettiva che sembra presagire toni e invenzioni di quella
    contro il Duce di ”Eros e Priapo”.
        La guerra, per Gadda diventa una sfida tra se stesso e quel
    mondo imprevisto che vive anche come continua esperienza di
    verifica del proprio grado di umanità, per cui si mette spesso
    in gioco in prima persona, e di quello altrui. E’ irritato
    dall’inadeguatezza e la viltà di molti, ma, specie dopo
    Caporetto e in prigionia, esprimere anche la propria desolazione
    e sconfitta: ”Io mi sento finito: sento di non aver fatto a
    bastanza per la Patria e per il mio superamento morale, e di non
    essere più in grado di fare”, e poi ancora si dice ”alterato
    nell’animo: pensieri di morte di desolato decadere si alternano
    con lampi di ricordi radiosi: rimorsi della mia condotta passata
    verso mia madre, verso la mia famiglia, con orrende bestemmie
    che mi lasciamo poi instupidito e vuoto”.
        Per chi fosse interessato alle novità filologiche e alla
    natura dei nuovi taccuini, c’è, oltre alle 75 pagine della Nota
    letteraria di Paola Italia, una loro puntuale descrizione finale
    di Eleonora Cardinale dell’archivista della Biblioteca
    Nazionale, che ne evidenzia anche il precario stato di
    conservazione, tra gore di umidità e attacchi fungini, che ha
    reso necessario un intervento di restauro, dopo il quale ӏ
    stato possibile procedere alla digitalizzazione di tutto il
    materiale”. (ANSA).
       


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