Gente del mondo in Lume Lume di Vetri

Set 27, 2021

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     NINO VETRI, ”LUME LUME” (SELLERIO, PP. 130 – 14 euro). Il via e il titolo a questo racconto lo dà una canzone rumena, ”Lume Lume”, di cui il protagonista cerca il testo e una possibile traduzione perché, a sentirla cantare, sembra struggente. Chiede allora a tutti quelli che pensa la conoscano, ma le giovani generazioni l’hanno appena sentita nominare in famiglia e preferiscono i cantanti italiani d’oggi, però scopre comunque la cosa più importante, che Lume Lume vuol dire Gente Gente o Mondo Mondo.
        E il mondo e la sua gente, la coabitazione della gente in una citta’ come Palermo, con un numero cerescente di extracomunitari, sono il tema di questo libro che Sellerio rimanda in libreria nella nuova collana Il contesto dopo più di dieci anni e che si rivela sempre più attuale e vivo, appena seguito il consiglio di leggerlo due volte di Andrea Camilleri, di cui si ripropone la prefazione di allora. L’io narrante vive in un palazzo in cui molti appartamenti sono abitati da rumeni, africani, e cosi’ via, che si danno il cambio con polacchio o mussulmani. Nino Vetri, siciliano classe 1964, e’ scrittore, ma inanzitutto musicista e uomo di spettacolo che l’univresalità espressiva della musica, quella capacità di appartenere a tutti e di rendere eguali come una sorta di esperanto, con in più una carica emotiva, la trasfonde nel suo narrare.
        ”La qualita’ migliore dello sguardo di Vetri (e della sua scrittura) – scrive il papà di Montalbano – e’, a mio avviso, la sua finta oggettività. Vetri infatti sembra non commentare, non giudicare, non intromettersi” e osservare tutto con una sorta di sguardo alla Buster Keaton e la convinzione che per sopravvivere ”è solo questione di allenarsi. Esercitarsi”, come ribadisce la frase di chiusura del libro, a suo modo ingenuo in una mancanza totale di pregiudizi ne una narrazione disincantata, quasi svagata, ma con un ininterrotto filo di ironia, che ne fa una lettura deliziosa e seria assieme.
        Ecco allora Mohammed che spiega che Palermo e’ Europa ”un poco si’ e un poco no: Alla parte Europa manca qualcosa per essere Europa, alla parte non Europa non manca niente per essere non Europa”, Mohammed che la signora Licata, sempre chiusa in casa per la paura, chiama invece Salvatore, come per negarne la specificità, lo stesso Mohammed che su un autobus pieno di gente dell’est Europa, dice all’amico: ”Mi sa che noi due siamo gli unici italiani”.
        Si va dai soprannomi che le povere vittime di pestaggi e ricatti danno a certi poliziotti, ai locali per bere e mangiare che nascono cladestini e resistono, trasferendosi i un altro garage, sino a quando non li fanno chiudere, e dove un islamico non chiede alcol, ma al bar prende ”quello che prendi tu” senza nominarlo e come per non offendere chi offre, o il moldavo che cerca sempre una scusa per ubriacarsi e dimenticarsi quel che doveva fare. Il bello di queste pagine e’ che a Nino Vetri ”niente, nulla gli risulta estraneo o perlomeno distante, accoglie tutto, tutto amalgama in un impasto dove al massimo ci puo’ essere qualcosa che sorprende, mai che susciti un netto rifiuto”, come annota sempre Camilleri.
        Un racconto leggero ma da leggere con attenzione, specie quando riferisce della rissa tra tamil descritta dal giornale come cosa bestiale e che era invece una sorta di incontro quasi sportivo, rituale, con persiono un suo lato ridicolo, o quando racconta di due giovani ragazze che mostrano felici il proprio burqa, che possono indossare per la prima volta perche’ sono diventate donne, ma quando vanno a scuola si mettono i jeans. Il fatto, che è poi una morale ovvia ma che oggi molti dimenticano, è che le apparenze troppo spesso ingannano, specie quando riguardano mondi lontani e diversi di cui sappiamo poco e la cui differenza può spaventarci, se non ci avviciniamo partecipi e interessati come Vetri. (ANSA).
       


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