Giletti, non chiamatemi populista, sono un eretico

Set 29, 2021

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     “Non riesco a capire perché vengo etichettato come populista, è ingiusto. Se proprio dovete etichettarmi dite che sono un eretico, uno che va alla ricerca della verità, che è poi l’etimo della parola. Avere inviati che a rischio della loro pelle entrano nelle zone dei Casamonica o io che vado in posti pericolosi come Corleone, vuol dire essere populisti? Non riesco a capire”. Lo dice in conferenza stampa con un tono sicuro Massimo Giletti del ritorno di Non è l’arena, che nella nuova edizione lascia la domenica per un nuovo giorno, il mercoledì (affrontando così Chi l’ha visto?, ndr) : il debutto è fissato per il 29 settembre in prima serata su La7. Il giornalista alla fine della scorsa edizione del programma prodotto da Fremantle, aveva chiesto “due mesi di silenzio per decidere cosa fare”. La riflessione ha portato a un nuovo contratto di due anni con La7 e al cambio di giorno per la messa in onda. Per lui è “una nuova sfida; averne voglia alla mia età è un indice di quanto abbia voglia di mettermi in gioco” spiega precisando di non lasciare la domenica “per paura di Fazio (con Che tempo che fa su Rai3, ndr). Io lo rispetto, è un grande professionista ma se fosse così avrei evitato la domenica dall’inizio. Eravamo una scialuppa contro una portaerei e la sfida era proprio quella, portare una tv eretica contro la liturgia… un po’ alla Fra Dolcino” aggiunge sorridendo.
        Per introdurre una delle inchieste centrali della nuova edizione, che unisce talk, inchiesta e storytelling, Giletti tira fuori una scatolina rossa con dentro due mascherine bianche ffp2 a rappresentare una delle forniture arrivate in Italia: “questa certificazione – spiega mostrando dei documenti – parla in modo molto chiaro, sono scarsamente protettive. Domani dirò in che ospedale sono utilizzate. Perché nessuno parla più dei 190 milioni di mascherine sequestrate in tutta italia? Io sono molto preoccupato. Vorrei fare questa domanda anche al Ministro Speranza ma i nostri giornalisti non vengono più fatti entrare in alcune conferenze stampa, come quelle della struttura commissariale”. Fra gli altri temi, “abbiamo un’inchiesta molto pesante che riguarda una regione italiana… continueremo a lavorare sul territorio, sarà la nostra caratteristica”. Il Dna di Non è l’arena è sempre più quello della “tv d’inchiesta, tirare fuori situazioni molto scomode che si cercano di nascondere”. Pur sapendo che “mi arriveranno altre querele, ne abbiamo già per 8 – 9 milioni di risarcimento”. Sono azioni legali “pretestuose e inutili, ma psicologicamente pesantissime…. penso soprattutto ai colleghi più giovani, l’Ordine di Giornalisti dovrebbe fare qualcosa”.
        Giletti, da mesi, a causa delle minacce ricevute, vive sotto scorta: “MI hanno fatto ascoltare un’intercettazione dalla Calabria dove parlano di me, e certo non è piacevole, ma soprattutto parlano del programma, per quello che ha scoperto.
        Dobbiamo credere in quello che facciamo. Non è vero che la tv di inchiesta non serve, può avere dei riflessi molto forti”.
        Nell’ultima puntata della scorsa edizione di Non è l’arena, il saluto del giornalista era stato letto da alcuni come la volontà di allontanarsi dalla tv: “Era un momento difficile, ho perso mio padre durante quell’anno, ed essere sotto scorta non è una cosa semplice. Per questo ho chiesto tempo prima di decidere” spiega. “Massimo ha vissuto quattro anni importanti e anche molto duri, che hanno cambiato il programma e anche la sua vita” ricorda Andrea Salerno, direttore di la7 e La7d.
        Quest’anno “abbiamo alzato ancora di più l’asticella, ‘aggredendo’ il giorno centrale della settimana”. Ora la rete “ha un pacchetto di mischia fortissimo da martedì a venerdì, con la domenica per l’approfondimento con un programma come Atlantide”. Giletti commenta infine anche la proposta che gli è arrivata di candidarsi come sindaco di Roma: “Ci ho pensato – dice – ma sarebbe stato molto complesso”. Comunque per il futuro la politica “è un’ipotesi, non la escludo – aggiunge -.. Non ci si può continuare a lamentare se poi non si prova a cambiare le cose. Non so come sarò fra due – tre anni, ma una parte di me vorrebbe provare, forse potrei fare qualcosa di utile”. (ANSA).
       


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