• Gli 80 anni di Martin Scorsese, cantore dell’altra New York

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    Quando si pensa alla Grande Mela e al suo mito, il pensiero corre istintivamente a Woody Allen e al suo “Manhattan”. Ma se si vuole cogliere l’anima profonda della città, il suo pulsare nevrotico e spesso inquietante, è a Martin Scorsese che si deve guardare. La leggenda della città è da sempre nelle sue mani e c’è da scommettere che il suo 80/o compleanno, celebrato in grande stile a Casa Cipriani il 17 novembre da Leonardo Di Caprio, resterà nella storia per l’incredibile folla di star che faranno corona al grande maestro. E’ certo che, fino all’ultimo, Martin ha cercato di evitare i riflettori, da sempre geloso custode della privacy e degli affetti familiari. Ma è proprio la coincidenza con il compleanno della figlia Francesca, nata il 16 novembre 1999 dalla quinta moglie del regista, la produttrice Helen Morris, ad averlo convinto.

    Ma chi è veramente Martin Scorsese (nato scozzese da genitori e nonni palermitani emigrati nel Queens, ma registrato con un errore all’anagrafe il 17 novembre del 1942), 14 volte candidato all’Oscar, vincitore solo per “The Departed” nel 2007, celebrato in tutto il mondo, Leone d’oro alla carriera nel 1995, figlio di quella Little Italy in cui la famiglia si dovette trasferire per sfratto quando Martin non era ancora adolescente?

    Piccolo di statura, timido, cagionevole di salute per i frequenti attacchi d’asma, non riesce a farsi spazio tra le gang giovanili che infestano il quartiere e trascorre le giornate solitario tra la chiesa – vagheggiando il sogno di farsi prete – e il cinema che è la sua passione fin da bambino. Troppo povero per comprarsi una cinepresa (il padre lavora in una lavanderia, la madre arrotonda cucendo vestiti), disegna le scene della sua fantasia in dettagliati story board, scopre in tv i classici del neorealismo, si appassiona ai film western di John Ford, divora libri di cinema. Quando scoprirà anche la Nouvelle Vague francese, capendo che si può filmare la vita con pochi mezzi e tanta inventiva, la sua futura carriera è tracciata. Grazie a una borsa di studio dell’Università mette mano al suo primo progetto, gira qualche cortometraggio, debutta nel 1969 dopo quattro anni di lavoro con “Chi sta bussando alla mia porta”, girato in 16 mm e interpretato dall’amico Harvey Keitel. Insieme a lui due compagne di strada che non lo lasceranno più: la produttrice Barbara De Fina e la montatrice Thelma Schoonmaker.

    L’anno dopo dirige il set de “I killer della luna di miele”, ma dopo una settimana viene rimpiazzato da Leonard Kastle, autore della sceneggiatura e pensa che la sua carriera finisca lì.

    Trova invece un mentore d’eccezione lontano da casa, a Los Angeles, dove il produttore indipendente Roger Corman lo ammette nella sua factory e gli affida la regia di “America 1929: sterminateli senza pietà” (1972). Il film una gangster story girata come con stile crudo ed efficace ha successo e Corman vorrebbe proseguire con lui. Scorsese invece investe tutto il suo compenso per girare a New York il film che lo renderà celebre, una impietosa fotografia della vita di strada, con ampi squarci autobiografici: “Mean Streets” (1973), ancora con Harvey Keitel e un giovane sconosciuto che gli ha presentato Brian de Palma, Robert De Niro. Lo stile asciutto, la fotografia cupa e drammatica, il contrasto con l’atmosfera barocca accentuata dalla musica, l’apparizione di personaggi tra il noir e il gangster movie (ma resi credibili dall’esperienza personale) fanno del film un autentico oggetto di culto e lo spingeranno presto verso il mondo di Paul Schrader, a cui attingerà per il primo trionfo internazionale, “Taxi Driver” (Palma d’oro a Cannes e quattro nominations nel 1976).

    In mezzo c’è spazio per un ritratto al femminile, “Alice non abita più qui” con Ellen Burstyn che vince l’Oscar, e il bellissimo documentario “Italoamericani” in cui intervista i suoi genitori. L’incubo violento in cui sprofonda il taxista De Niro in una New York che porta i segni del ribellismo e della guerra del Vietnam porteranno Scorsese a dedicare alla sua città il successivo affresco “New York New York”, all’epoca segnato da un tonfo commerciale e oggi considerato fra i suoi migliori risultati , così come il film-concerto “L’ultimo Valzer” con gli amici di The Band e Bob Dylan, (1978).

    Da questa doppia incursione nella sua altra, grande passione – la musica – Scorsese esce a pezzi, ferito dalle critiche e scansato dai produttori. Seguono anni di profonda depressione nonostante la storia d’amore con Isabella Rossellini, eccessi nell’uso di stupefacenti, desideri di abbandono. Lo salverà De Niro (a oggi hanno lavorato insieme 9 volte) proponendogli il copione di “Toro scatenato” (1980) e ritagliandosi di parte di Jack La Motta. Girato per scelta artistica in bianco e nero, il film sarà uno spettacolare successo di pubblico e di critica, considerato anche oggi il capolavoro del regista insieme a “Quei bravi ragazzi” del 1990.

    Per i 20 anni successivi, pur tra scandali (“L’ultima tentazione di Cristo“, “Gangs of New York“), fallimenti (“The Aviator“), successi (“The Departed” e “The Wolf of Wall Street” che segnano il suo sodalizio con Leonardo DiCaprio), ardite sperimentazioni (“Hugo Cabret” in 3D), il suo è il percorso di un maestro indiscusso, capace di mettersi in discussione ogni volta.

    Oggi sta per completare il prossimo lungometraggio, “The Killers of the Honeymoon“, lavora all’epico ritratto di Frank Sinatra, prosegue imperterrito nel suo viaggio cinematografico attraverso i grandi momenti del rock. Non è più il frenetico affabulatore dei primi anni, è più posato, spesso fa il produttore. Ma dentro di lui brucia una voglia di vivere e di creare che resta accesa come un fuoco sacro.
       


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