Gli amici di Conte si preparano a cacciare Di Maio. E lui studia l’uscita

Giu 19, 2022

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    Siamo al «che fai, mi cacci?» Ormai il dibattito interno al M5s è ridotto a due alternative: cacciare Luigi Di Maio o aspettare che se ne vada lui. I segnali sono espliciti. E se gli uomini più vicini al ministro degli Esteri non escludono più la possibilità di uscire dal partito, i dirigenti contiani fanno tintinnare la sciabola dell’espulsione dell’ex capo politico.

    Un epilogo clamoroso, ma che viene evocato da due dei cinque vicepresidenti di Giuseppe Conte. Parte Alessandra Todde, che è anche esponente di governo, nel ruolo di viceministro dello Sviluppo Economico. «Credo che Di Maio, parlando in una certa modalità, si stia ponendo fuori dal Movimento», dice Todde dal palco del Blue Forum Network di Gaeta, lo stesso da cui qualche minuto prima Di Maio aveva tuonato contro la leadership pentastellata. «Sono un incassatore, ma certo se uno pone un tema e si risponde con attacchi personali quello non è un problema per me ma una deriva del M5s. È un movimento che vede in corso una radicalizzazione politica: invece di guardare al 2050 sta guardando indietro», l’affondo del titolare della Farnesina. Seguito appunto dalle minacce di Todde: «Abbiamo degli organi interni in cui dibattere, come il Consiglio Nazionale. La discussione deve essere fatta lì, se viene fatta a mezzo stampa ci si assume la responsabilità di quello che si fa». Di Maio prima aveva anche ribadito la sua posizione sulla regola del doppio mandato. «Se si sta tornando indietro non bisogna cambiare la regola dei due mandati, sono d’accordo con Beppe Grillo», la riflessione del ministro degli Esteri. Che poi torna sulla linea politica di Conte: «Oggi la vera sfida è creare soluzioni complesse a problemi complessi, non avere una lista della spesa». In caso di scissione o di approdo verso un contenitore politico diverso, magari «L’Italia C’è» che si appresta a lanciare il sindaco di Milano Beppe Sala, l’ex capo politico potrebbe essere seguito da cinquanta-sessanta parlamentari. Ma i numeri sono variabili e un no al terzo mandato potrebbe creare smottamenti filo-Di Maio nei gruppi di Camera e Senato, perfino tra i contiani. Infatti la possibile soluzione di concedere altri due mandati in istituzioni diverse – Regioni, Comuni e Europarlamento – non convince nemmeno qualche big vicino a Conte. Su tutti la vicepresidente del Senato Paola Taverna, che secondo i rumors starebbe mostrando segnali di irritazione nei confronti dell’ex premier.

    I contiani al primo mandato tirano dritto. Un altro vicepresidente, il deputato Michele Gubitosa, mette il carico sulle dichiarazioni di Todde. «Oggi Di Maio è un ministro della Repubblica perché è espressione della prima forza politica, non perché si chiama Luigi Di Maio, e mi domando quanto al governo rappresenti ancora il M5s, o se stia rappresentando solo se stesso o qualcun altro, da vicepresidente del M5s penso che tutti questi spunti di riflessione vadano affrontati in Consiglio Nazionale», ci va giù pesante Gubitosa. Il vice di Conte aumenta l’escalation verbale: «Le parole di Luigi Di Maio sono fango inaccettabile sul M5s e la sua comunità, nonché un danno all’Italia tale da rappresentare un punto di non ritorno. È gravissimo che un ministro degli Esteri, in un periodo di guerra delicato come quello che viviamo, alimenti un clima di incertezza e di allarme intorno alla sicurezza del proprio Paese, accusando con delle palesi falsità la sua stessa comunità politica di attentare alle sue alleanze e credibilità internazionale». Le frasi di Gubitosa fanno sorgere il dubbio nei parlamentari che una delle strade perseguite da Conte, nel caso di addio di Di Maio, possa essere la richiesta di un rimpasto di governo per piazzare alla Farnesina un fedelissimo, o magari se stesso. Ma, in ambienti vicini all’avvocato, si vaglia anche la possibilità di anticipare le mosse di Di Maio. L’ipotesi dell’apertura di un procedimento disciplinare contro il ministro non è esclusa. Gli appigli offerti dallo Statuto sono il divieto di costituire correnti e la «mancata cooperazione e coordinamento con gli altri Iscritti per la realizzazione delle iniziative e dei programmi del M5s».


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