Gli incontri con lo 007. I pm ora vogliono capire se Conte era informato

Ott 8, 2021

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    Un incontro che era una sorta di trappola per topi, due faccendieri intorno a un imprenditore da spolpare in cambio del via libera ai grandi appalti di Stato nei mesi più terribili del Covid. A quell’incontro, una presenza anomala: un uomo chiave dei nostri servizi segreti, il capo di gabinetto dell’intelligence interna. L’alto funzionario ha dato la sua spiegazione ai pm romani che indagano sugli altri protagonisti dell’incontro, gli avvocati Luca Di Donna e Gianluca Esposito, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze. La credibilità della versione fornita dallo 007, a quanto si è appreso, è «in corso di valutazione». Ma è indubbio che la presenza dell’uomo a quel tavolo fosse del tutto irrituale. E che riaccenda bruscamente l’attenzione su un tema mai del tutto sopito, ovvero l’intreccio di rapporti che all’epoca dei governi Conte 1 e Conte 2 legava il premier ai nostri servizi segreti: di cui, caso senza precedenti, aveva tenuto per sé il controllo diretto.

    L’alto papavero dell’Aise che partecipa a quell’incontro si chiama Enrico Tedeschi, ed è un veterano delle nostre barbe finte. Proviene dalla Guardia di finanza ma la sua carriera l’ha fatta tutta dentro il Sismi, di cui fa parte da venticinque anni. Lo raccontano come un uomo più da ufficio che da teatro operativo, ma preparato, serio, perbene. Per fare il salto di qualità, però, Tedeschi ha dovuto aspettare che al vertice del servizio salissero prima Alberto Manenti e poi Luciano Carta. È Manenti – nominato direttore da Matteo Renzi nel 2014 – a promuovere Tedeschi caporeparto. Ed è il successore Luciano Carta – designato da Giuseppe Conte – a fare di lui il capo di gabinetto. Una figura fondamentale negli equilibri interni del servizio: nomine che, tradizionalmente, il direttore dell’agenzia sottopone al beneplacito del presidente del Consiglio o del suo delegato all’intelligence: figure che nel novembre 2018 coincidono nella stessa persona, il premier Conte.

    Di fatto, il 5 maggio 2020 l’imprenditore Giovanni Buini, ansioso di piazzare le sue mascherine all’Alto commissariato, si trova davanti il braccio destro di Conte, cioè Di Donna; uno 007 nominato da Conte, cioè Tedeschi; e il tutto avviene nello studio del professor Guido Alpa, il mentore di Conte. Possibile che di tutto questo Conte fosse all’oscuro?

    È a questa domanda che stanno cercando risposta i pm romani quando ipotizzano – come si legge nel decreto di perquisizione – «il trasferimento del fulcro decisionale dalla pubblica amministrazione a un centro occulto». Di questo «centro occulto» chi fa parte, oltre a Di Donna e Esposito? Nel suo verbale di interrogatorio davanti ai pm romani, lo 007 Tedeschi potrebbe avere spiegato che la sua presenza era solo finalizzata all’acquisizione di mascherine. Lo stesso varrebbe per un altro generale dell’esercito presente all’incontro. Ma se le necessità dell’esercito sono comprensibili, che bisogno avevano i servizi segreti di centinaia di migliaia di dispositivi anti-Covid? Senza contare che la centrale di spesa per queste esigenze è collocata presso il Dis, l’organismo di coordinamento delle due agenzie di spionaggio.

    Un pasticcio, insomma, che alimenta l’impressione che dentro l’emergenza Covid si siano mossi affari e manovre cui i servizi segreti non sono rimasti estranei. Basta ricordare quanto testimonia Mario Benotti, l’ex giornalista arricchitosi con la fornitura di mascherine cinesi al commissario Domenico Arcuri. Il 7 maggio 2020 (due giorni dopo, si noti, l’incontro tra Di Donna, Esposito, Tedeschi e l’imprenditore Buini) Arcuri, che di Benotti è amico di lunga data, lo avvisa che da Palazzo Chigi gli è stato comunicato che i servizi segreti stanno indagando sui suoi rapporti con i fornitori cinesi: e interrompe i rapporti. Domanda: perché i «servizi» misero all’erta Conte proprio quando l’uscita di scena di Benotti avrebbe potuto spianare la strada alla cordata sponsorizzata da Di Donna?


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