Rimini. La Cedu: “Morte Litvinenko, Russia colpevole”: la spy story toccò anche Rimini e San Marino

Set 22, 2021

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    A fare ricorso alla Corte europea dei diritti umani era stata la moglie di Litvinenko. La donna ha sempre sostenuto che il marito è stato ucciso da persone che hanno agito per conto del governo russo e che non è stata condotta un’inchiesta efficace per far luce sui fatti. Con la sentenza di oggi, Strasburgo ha stabilito che Mosca dovrà versare 100mila euro per danni morali alla donna e altri 22mila e 500 per le spese legali. Cremlino: “Accuse infondate”.

    Ribadito dunque in sede Cedu quanto già “sentenziato” dall’Inghilterra, da quella commissione britannica presieduta da Sir Robert Owen, sulla scorta di moltissime informazioni ricevute da Mario Scaramella condannato a tre anni e sei mesi di reclusione perché riconosciuto colpevole del reato di calunnia nei confronti dell’avvocato sammarinese Alvaro Selva, accusato dal consulente della commissione Mitroklin di essere al centro di un traffico di uranio tra la Russia e la riviera romagnola, passando proprio per San Marino.

    Rimini e il Titano che sono state una tappa importante anche per la famiglia Litvinenko. Qui, infatti, per un paio di anni hanno vissuto Valter, il papà dell’ex spia russa, a sua volta ex ufficiale dell’Fsb (Servizi federali per la sicurezza), la sorella Svetlana ed il fratello Maxim costretti a scappare dalla Russia dopo le accuse rivolte al presidente Putin. I fratelli arrivati in Italia nel gennaio 2009 (i genitori erano già qui da un anno) avevano affittato un ristorante in viale Regina Margherita. Una veranda abusiva prima, che limitò la capienza del locale, e poi, ad ottobre, un controllo dove gli venne contestato di fare musica fuori dall’orario consentito, avrebbero pesantemente minato le possibilità di costruirsi un futuro a Rimini, tanto da spingere la famiglia a trasferirsi a Senigallia dove Maxin aveva un piccolo alloggio.

    Aleksander Litvinenko, l’ex spia russa avvelenata e uccisa nel 2006 nel Regno Unito, è stata assassinata per conto del governo russo. La responsabilità della Russia è stata stabilita dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo (Cedu), in una sentenza di oggi. A fare ricorso alla Cedu era stata la moglie di Litvinenko. Per il Cremlino si tratta di “accuse infondate”.  La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, citata da RIA Novosti, ha detto che addossando alla Russia la “responsabilità” della morte dell’ex ufficiale del FSB, la Cedu cerca di contribuire alla diffusione della russofobia in Europa e la sentenza stessa inoltre solleva “molte domande”.

    La Cedu afferma che “esiste il forte sospetto che Andrey Lugovoy e Dmitriy Kovtun, gli uomini che hanno avvelenato Litvinenko, abbiano agito in qualità di agenti del governo russo”. La Corte sottolinea a tale proposito che “il governo russo non ha fornito alcuna altra spiegazione soddisfacente e convincente degli eventi o capace di invalidare i risultati dell’inchiesta condotta dal Regno Unito”. La Cedu ha condannato la Russia anche per non aver condotto un’inchiesta sul suo territorio in grado di far luce sui fatti, e per non aver collaborato con Strasburgo durante la procedura. La sentenza diverrà definitiva tra 3 mesi se le parti non chiederanno e otterranno un secondo esame. La Corte ha stabilito che Mosca dovrà versare 100 mila euro per danni morali alla moglie di Litvinenko e altri 22 mila e 500 per le spese legali.

    La moglie di Litvinenko ha sempre sostenuto che il marito è stato ucciso da persone che hanno agito per conto del governo russo, o comunque con la connivenza e l’aiuto delle autorità russe, e che queste ultime non hanno condotto un’inchiesta efficace per far luce sui fatti. L’avvelenamento di Litvinenko avvenne a Londra tramite polonio 210, un rarissimo isotopo radioattivo. Mosca aveva sempre negato il suo coinvolgimento nell’omicidio, anche nel 2016 quando un’inchiesta britannica aveva ipotizzato che l’assassinio fosse stato orchestrato dell’intelligence russa. Litvinenko divenne una spia del Kgb nel 1986 e successivamente del Fsb. Negli anni assunse una posizione molto critica nei confronti del governo russo, in particolare verso il presidente Vladimir Putin. Non sentendosi più al sicuro in Russia decise di andare in esilio nel Regno Unito, dove ottenne lo status di rifugiato politico. Lanciò diverse accuse nei confronti di Putin e degli agenti del Fsb, pubblicando anche due libri.

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