I grandi pentiti, gli 007 e la pista americana. Ecco tutti gli enigmi mai risolti dalla Procura

Set 25, 2021

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    Adesso che è finita la caccia ai fantasmi, adesso che la folle idea che dietro le stragi di mafia ci fosse la nascita di Forza Italia e l’ascesa di Silvio Berlusconi c’è una verità che merita risposte. Chi ha ucciso veramente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? A chi hanno giovato quelle morti? Ha agito la mafia, ma su ordine di chi? E perché Falcone fu ostacolato anni prima dal Csm nella corsa a poltrone prestigiose nella procura di Palermo?

    Sin dall’inizio le indagini sulla morte dei due magistrati hanno registrato interferenze, depistaggi, manipolazioni. Lo sa bene Gioacchino Genchi, il consulente della Procura di Caltanissetta che in quei maledetti cinquanta giorni tra le due stragi analizzava le due agende elettroniche (una Casio e una Sharp) sulle quali Falcone registrava ogni cosa, come ricorda Edoardo Montolli, autore del libro I Diari di Falcone e Il caso Genchi. «Il processo sulla Trattativa è una delle più grandi assurdità partorita dalla giustizia italiana», disse Genchi nel 2014. La risposta alla strage di Capaci è invece forse nel viaggio in America di Falcone, dove avrebbe incontrato Tommaso Buscetta dopo il delitto di Salvo Lima? I magistrati di Caltanissetta guidata da Giovanni Tinebra, (che l’ex legale Eni Pietro Amara oggi accosta solo da morto alla famigerata loggia Ungheria), non vollero approfondire, Genchi se ne andò sbattendo la porta dopo una lite furiosa con Arnaldo La Barbera, considerato poi il suggeritore del depistaggio. È nella pista americana la chiave? E cosa disse veramente a Falcone l’autista di Riina Gaspare Mutolo nel 1991 nel carcere di Spoleto, incontro segreto di cui c’è traccia nell’agendina Sharp? Anche Borsellino quando ascoltò le rivelazioni del boss tre giorni prima di morire arrivò a casa sconvolto e secondo la moglie vomitò per la tensione, non prima di averne trascritto ogni dettaglio nella famosa agenda rossa. Sparita da via D’Amelio.

    Sono passati 29 anni dalle stragi e ancora non sappiamo tutto neanche degli esplosivi. Fu la ‘ndrangheta a fornirli dalla nave Laura C. affondata a largo di Saline Joniche? Le rivelazioni del killer pentito Maurizio Avola a Michele Santoro nel libro-inchiesta Niente altro che la verità sono poco credibili quando pretendono di confinare le stragi solo dentro il perimetro mafioso. I telefoni di Nino Gioè e Gioacchino La Barbera, registi della strage di Capaci, clonavano due numeri non ancora assegnati dalla Sip a Roma in una filiale che nascondeva una base dei servizi. Anche il commando era atipico. Non boss potenti ma mafiosi di secondo e terzo livello, tipo l’attendente di Riina Salvatore Biondino, che una volta in aula confessò a un legale: «Possibile che lo abbiamo fatto noi, quattro sprovveduti?». Ne è convinto anche l’autista di Falcone, Giuseppe Costanza: «Ha pagato solo la manovalanza, mai gli altri responsabili».

    Adesso spetta alla Procura di Palermo fornire le risposte. E ai giornali il compito di non sposare tesi strampalate, come conferma l’amaro sfogo all’Huffington Post di Giovanni Fiandaca, giurista e mentore di Antonio Ingroia e Antonino di Matteo, colpevole di essersi bevuto le panzane del finto boss Vincenzo Scarantino: «Anche per i giornalisti contribuire alla lotta alla mafia non può equivalere a sostenere acriticamente ogni processo penale per fatti di mafia». Soprattutto se Il Fatto non sussiste.


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